Cold case- Laura Macchi, dopo 30 anni un lampo nella memoria riapre il sipario sulla vita fantasma tra eroina e sacre scritture del presunto assassino

. Cronaca

Smascherare gli assassini dopo trent'anni. A volte succede, più spesso in America perché conservano tutti i reperti in modo maniacale (da noi scriteriatamente spesso invece li distruggono magari per fare ordine), ma qualche volte anche in Italia. Sono i cold case, diventati celebri anche grazie ad una serie televisiva americana. Ora e' stato un lampo ad illuminare la memoria di una donna, un dettaglio dopo trent'anni, una folgorazione, mentre vedeva una puntata di Quarto grado sul mistero dell'assassinio di Lidia Macchi, la giovane studentessa di 20 anni, massacrata con 29 coltellata in una gelida sera del gennaio del 1987, vicino a Varese. La donna riconosce la calligrafia di un amico che aveva inviato alla famiglia della vittima una macabra poesia. Poesia che poi era anche una sorta di firma dell'omicidio. A lei aveva spedito cartoline. Medesima calligrafica con lettere in stampatello, e cartoline fortunatamente conservata a differenza dei reperti con tanto di Dna del delitto, andati distrutti nel 2000 per ordine di un magistrato. Così improvvisamente si sono accesi i riflettori su Stefano Binda, che e' stato arrestato con l'accusa di omicidio volontario aggravato, 48 anni, una vita da fantasma trascorsa tra eroina e sacre scritture. All'epoca dei fatti veniva descritto come colto, affascinante, una sorta di leader carismatico, del gruppo di amici vicini a Comunione e liberazione. Dopo l'omicidio di Lidia, Binda si dette un alibi sostenendo di avere preso parte ad una vacanza a Pragelato dal 1 al 6 maggio. Alibi a quel tempo confermato da un suo amico sacerdote, ma smontato oggi dalla procura di Milano. Scrive il gip: "Binda non e' affatto andato in montagna o  forse e' tornato un giorno prima". Fatto sta che dopo quella notte del 5 gennaio, le giornate sono proseguite per il giovane nella noiosa routine della provincia. Le tapparelle della villetta dove viveva con la madre abbassate anche nelle mattine d'estate. Una madre che voleva proteggere l'adorato Stefano, brillante studente, per il quale immaginava un futuro radioso e che invece era arrivato sulla soglia dei cinquant'anni senza mai lavorare e per di più in preda all'eroina. Le siringhe gli hanno procurato un'infezione che gli ha divorato il braccio destro, rimasto ritratto. I carabinieri sono andati a prenderlo alle sei del mattino e lui attonito ha esclamato."Ma che ho fatto?…"Gli psichiatri descrivono quale potrebbe essere stato il movente: "La violenza come atto liberatorio. Un tentativo di coprire i rimorsi e un bisogno simbolico di sepoltura per rimuovere le proprie personalità…il delitto di una personalità paranoie, narcisista divisa tra regole e pulsioni". Insomma per gli inquirenti sarebbe stato il delitto di un folle, che riusciva a celare la sua pazzia, dettato da motivi mistico-religiosi, la ragazza si era concesso, ma non doveva farlo. Una sorta di rinnovo del peccato originale. Ecco alcuni passi della poesia, che lo incastra, e che lui continua a negare di avere scritto, in una disperata difesa: "Agnello senza macchia", "agnello purificato che pieghi il capo timoroso e docile", agnello "sacrificato che nulla strepiti, non un lamento". Poi quel "consumatum est", che forse e' il vero movente, la causa scatenante della sua follia dopo avere abusato della povera giovane in un bosco di Cittiglio, in provincia di Varese.

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