Huawei, causa agli Usa contro bando su prodotti made in China

. Economia

Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni, ha citato in giudizio gli Stati Uniti per il bando sull'utilizzo di prodotti e servizi made in China da parte delle agenzie federali, per ragioni di sicurezza nazionale. La causa all'amministrazione Trump è stata avviata davanti a un tribunale del Texas, contro la legge definita incostituzionale, che vieta l'acquisto di apparecchiature anche di un'altra azienda cinese, la Zte. Negli Usa Huawei - società privata fondata nel 1987 e secondo produttore mondiale di smartphone dopo Samsung - deve rispondere di 23 capi di imputazione, che vanno dal furto di tecnologia alla violazione delle sanzioni all'Iran. Nello scorso dicembre la vicepresidente di Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei, è stata arrestata in Canada su richiesta degli Stati Uniti, proprio con l'accusa di aver violato il blocco contro Teheran. Il contrattacco dell'azienda cinese è stato annunciato con una conferenza stampa del presidente di turno del gruppo, Guo Ping, dal quartier generale a Shenzhen: "Il divieto - ha denunciato - non è solo illegale, ma in ultima analisi danneggia i consumatori statunitensi" e "il Congresso Usa ha ripetutamente fallito nel produrre qualsiasi prova a supporto delle restrizioni". Washington ritiene che la compagnia cinese possa utilizzare le cosiddette "backdoor" che si troverebbero nelle apparecchiature, per raccogliere dati vitali sulle infrastrutture statunitensi, presumibilmente sotto la direzione delle agenzie di spionaggio di Pechino. Huawei da sempre nega qualsiasi legame con l'intelligence del Dragone e di rimando accusa gli Usa anche di aver "hackerato i server della società e rubato email e codici sorgente". Washington ha fatto pressioni su altri governi alleati per vietare i prodotti Huawei, in particolare quelli legati ai sistemi di telecomunicazioni ultraveloci 5G. In ballo c'è anche l'Italia, con un possibile nuovo fronte di scontro nel governo gialloverde tra Lega e M5s. Il nostro paese potrebbe diventare il primo del G7 ad aderire alla Nuova Via della Seta promossa da Pechino, in occasione della visita del presidente cinese Xi Jinping a fine marzo. Alla linea filo-cinese dei pentastellati si oppongono le rassicurazioni leghiste a Washington, per evitare il possibile monopolio in Italia di Huawei e Zte sulle reti ultra-veloci.

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