Brexit, per un voto stop del Parlamento a 'no deal'. Trattative May-Corbyn

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Battaglia notturna all'ultimo voto al Parlamento di Westminster per evitare le incognite di una Brexit 'no deal'. Per un solo voto (313 a 312) una maggioranza trasversale ha votato per imporre alla premier, Theresa May, di richiedere a Bruxelles un rinvio dell'applicazione dell'articolo 50 del Trattato Ue sull'uscita di un paese membro. La legge passa ora alla Camera dei Lord. Si tratta di un'iniziativa da ultima spiaggia, in vista della deadline del 12 aprile e in attesa delle decisioni del Consiglio europeo straordinario del 10 aprile. Intanto, May e Jeremy Corbyn, il suo rivale e leader laburista, si sono incontrati in un colloquio di quasi due ore, che secondo Corbyn "è andato molto bene, ma è stato inconcludente". Si parla di un "programma di lavoro" che sarà portato avanti con nuove, ravvicinate occasioni negoziali. In precedenza, la Camera dei Comuni aveva deciso - con un insolito voto esattamente a metà e la presa di posizione decisiva dello speaker, John Bercow - di escludere una terza sessione di voti parlamentari per la definizione di un 'piano b' sulla Brexit. Proprio per questo diventa decisivo un accordo May-Corbyn, mentre aleggia sempre l'ipotesi di un referendum bis. Nel negoziato, scandito dal correre della lancette dell'orologio, si lavorerebbe a un'intesa su mantenimento dell'unione doganale, per risolvere la questione delle due Irlande, e di allineamento al mercato unico. Proposte su cui sarà in ogni caso l'Unione europea  a dover dire la sua. Al di là della posizione oltranzista dei Brexiters conservatori, disposti all'uscita costi quel che costi, segnalata dalla defezione dal governo May di due sottosegretari 'junior' Tory, Chris Heaton-Harris e Nigel Adams, acque agitate si segnalano anche tra i laburisti, dove - a differenza di Corbyn - autorevoli esponenti del 'governo ombra' chiedono in ogni caso un referendum per dare il via libera alla proposta finale. Sul referendum concordano anche i partiti minori regionali, i Verdi, i liberaldemocratici e gli indipendenti, oltre ai sindacati, a partire da Unison, che raccoglie i lavoratori dei pubblici servizi sia statali sia privatizzati. Un significativo allarme è giunto dal governatore della Banca d'Inghilterra, Mark Carney, per il quale riuscire a controllare le conseguenze di un'uscita 'no deal' sarebbe impossibile. Il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici, ha ricordato che senza accordo, il Regno Unito diventerebbe uno Stato terzo, con il ripristino quindi dei controlli alle dogane: "Preferisco controlli rigorosi e file di camion - ha sottolineato - a una crisi sanitaria o traffici illegali. La sicurezza degli europei sarà la nostra priorità assoluta". Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ritiene possibile la proroga soltanto a fronte di un pronunciamento chiaro di Londra entro il 12 aprile e si tratterebbe di una proroga lunga di almeno 9 mesi, mentre "nessuna proroga breve sarà possibile, perché questa minaccia il buon funzionamento dell'Ue e le elezioni europee".

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