Di 'guru' in 'guru', da Greenberg (Rutelli) ad Axelrod (Monti). Ma servono?

. Politica

Di 'guru' in 'guru': da Stan Greenberg che aiutò Rutelli nel perduto duello con Berlusconi nel 2001, a David Axelrod, spin doctor di Obama - e prima ancora di Bill Clinton - che molti danno ora impegnato a fianco di Mario Monti per vincere le elezioni del 24-25 febbraio. Sono tanti i guru americani sbarcati a Roma negli ultimi dieci-dodici anni per aiutare i 'nostri' nelle competizioni elettorali del Belpaese, ma servono davvero? Se lo chiede 'Europa', il quotidiano del Pd, che pubblica oggi una cronistoria dei consulenti elettorali 'made in Usa' ingaggiati dai politici nostrani. Un lungo elenco accompagnato dai pareri di esperti di marketing elettorale che prende spunto dalla rivelazione da parte della 'Stampa' dello sbarco in Italia a fianco del presidente del Consiglio del mitico 'guru' che ha aiutato Barak Obama a vincere due volte, nientemeno che David Axelrod appunto, 55 anni, 'senior advisor' dell'inquilino della Casa Bianca, un'agenzia a Chicago, la AKPD,  e da poco - sembra - un suo uomo a Roma per rendere più  stretto il collegamento operativo con Monti e la sua campagna. La firma del servizio è di un esperto del settore, Filippo Sensi, vicedirettore di 'Europa' e creatore e animatore di uno dei blog più seguiti sulla rete e su Twitter (@Nomfup). Lo riprendiamo perchè davvero interessante.

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"In principio fu Stan Greenberg, il «guru americano». Il primo - scrive Sensi - sensi di una lunga fila di consulenti elettorali che hanno attraversato l’Atlantico e hanno lavorato per candidati italiani. Il sondaggista che inventò la «war room» di Bill Clinton assieme all’amico di una vita, James Carville, nel 2001 fu reclutato dalla campagna di Francesco Rutelli (full disclosure: ho lavorato a quella battaglia elettorale) per cercare di contrastare l’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi. Finì come sappiamo, ma per un numero molto stretto di voti, e quella campagna è unanimente considerata un punto di svolta nella modernizzazione e professionalizzazione della comunicazione politico-elettorale in Italia. Lo stesso Berlusconi, all’epoca, fu costretto a far sapere che anche lui aveva fatto ricorso allo stregone americano, nel caso specifico Frank Luntz che, pochi anni prima, aveva proposto al repubblicano Newt Gingrich l’adozione di un «contratto con l’America» (ricorda qualcosa?). Da allora, passando per Mark Penn e Doug Schoen (ancora Berlusconi), Joe Trippi (Prodi e la Fabbrica del programma) fino ad arrivare ai maghetti digitali di Obama (passati anche per il Nazareno e oggi sospettati – ma hanno smentito – di essere dietro perfino a Beppe Grillo), a ogni tornata di urne, l’ombra del consigliere a stelle e strisce torna ad affacciarsi nella politica di casa nostra. Ultimo David Axelrod, forse il collaboratore più stretto del presidente americano, pizzicato da Maurizio Molinari per La Stampa a dare una mano, con la sua società, la AKPD, a Mario Monti. Su quale sia la natura e il perimetro del suo impegno in Italia vige il riserbo più assoluto: legittimo ipotizzare un partner di stanza a Roma a fare da tramite con il quartier generale di Chicago – e l’uomo che ha in mano il dosssier italiano, secondo quanto risulta a Europa, è Larry Grisolano, più ancora che Axelrod – e un flusso costante (dipende dalla parcella, ovviamente) di memo strategici, focalizzati sul candidato e la sua metrica elettorale".




«È cruciale che gli italiani che gestiscono la campagna siano buoni mediatori culturali», sottolinea Paolo Gentiloni, oggi parlamentare democratico, nel 2001 architetto della collaborazione tra Greenberg e Rutelli. «L’obiezione che simili professionisti non conoscano il nostro quadro la trovo provinciale: perché dovrebbe valere per la politica e non per lo sport, il cinema, il business?» Sì, perché l’idea che spesso circola in Italia (e non solo) è un po’ una parafrasi dell’americano a Roma di Alberto Sordi, il ricorso al guru americano come una sorta di provincialismo, perché andare a cercare fuori lo straniero quando siamo tanto bravi noi a farci le cose in casa? Una obiezione che si legge sottotraccia nelle perplessità di Antonio Palmieri, da anni l’uomo della Rete per Silvio Berlusconi: «I nostri contatti con consulenti americani sono stati sempre episodici, mai strutturati, le nostre campagne ce le facciamo da soli. Con un mese di tempo al voto, però, non vedo una grande utilità di un consulente del genere per un personaggio con le caratteristiche di Monti». Come a dire, «manca il tempo per costruire un abito su misura per un candidato». E il fattore tempo viene stressato da diversi esperti del ramo. Come Marco Cacciotto, spin doctor e consulente elettorale che si chiede quanto possa incidere effettivamente Axelrod sulla campagna italiana. «Tolta la grande qualità del nome, cosa può fare? Quanto capisce del sistema italiano? Tanto più che la sua agenzia è fortemente orientata ai media e alla tv: non so cosa posso fare in un mese con le nostre leggi». Toccherà al campaign manager di Monti, Mario Sechi, e al team comunicativo del professore, da Betty Olivi a Lelio Alfonso, far girare la macchina. Anche Sara Bentivegna, sociologa, esperta di comunicazione politica è scettica: «Troppo poco tempo, come hanno mostrato anche precedenti esempi di collaborazione tra gli spin doctor americani e le nostre campagne elettorali». «Se servisse, però, a far capire che il marketing politico non deve avere necessariamente una accezione spregiativa – spiega Mario Rodriguez, uno dei decani dello spin italiano – sarebbe un passo avanti per la nostra cultura politica». E già il fatto che Monti abbia scelto un consulente di Obama e non Karl Rove (lo stratega di George W. Bush), argomenta Rodriguez, colloca il premier su un asse democratico: «Se porterà un soffio del modo in cui Obama ha raccontato i suoi temi, del suo storytelling, ne sarà comunque valsa la pena». "In un mese, tuttavia, non si possono fare miracoli», avverte Giovanni Diamanti, consulente politico e pollster di Quorum: «In America il tempo per preparare adeguatamente una campagna elettorale è quattro anni. E non tutte le loro tecniche si possono tradurre da noi allo stesso modo». Conviene Christian Rocca, direttore di Il, mensile del Sole 24 Ore e grande esperto di States: «La politica americana, con i suoi riti e le sue regole, è un altro sport rispetto alla nostra. Difficile per lui calarsi, ed essere efficace, in uno scenario completamente diverso. Mi pare solo un ottimo colpo di immagine». Eppure, Rocca ricorda Berlusconi che fece circolare nel 2006 il sondaggio di un consulente americano che lo dava in grande rimonta. Allora fu sbeffeggiato, ma se oggi, osserva Rocca, «citasse un altro sondaggista americano che segnala una rimonta, io mi spaventerei». Il capo della comunicazione del Partito democratico, Stefano Di Traglia, però, non si lascia spaventare: «Non credo ai catapultati dell’ultimo mese. Anche se ottimi professionisti che hanno raggiunto grandi risultati. Non credo – prosegue Di Traglia – ai consigli dati al candidato di turno: ora è Monti, poteva essere Bersani o Netanyahu. Anche se penso – chiosa perfidamente – che saranno davvero molto utili a Monti». Nella scelta dello staff del premier di chiamare Axelrod, decisione che i collaboratori di Monti fanno risalire direttamente al professore, una vecchia volpe come Claudio Velardi (Reti) legge invece «un valore aggiunto», un «contributo alla sprovincializzazione» e un «giudizio negativo sulla esperienza dei comunicatori di casa nostra». Pareri molto divisi, insomma. Anche se a far pendere la bilancia dalla parte del «guru americano» vale il parere di Alastair Campbell, ex-portavoce di Tony Blair e uomo ombra del New Labour che a Europa dice: «Prendersi uno stratega da un altro sistema con un altra lingua non è immediata garanzia che sia efficace. Ma le elezioni americane sono tra le più difficili e sofisticate del mondo. Ragion per cui – spiega Campbell – chi ha vinto due volte con Obama dovrebbe essere in grado di dare una mano a Monti». Ma è importante, conclude lo spin doctor, che «il leader politico padroneggi la strategia e sia percepito come chi lo sa fare». Sarà il caso del Professore?".

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