Napolitano: Larghe intese? A termine poi ognuno riprenderà' la sua strada

. Politica

Giorgio Napolitano aveva gia' parlato di governo a termine (18 mesi mi sembrano un tempo appropriato per le riforme), scatenando un putiferio. Ora alla Repubblica delle idee, torna sull'argomento, spiegando: "Il problema e' fare vivere questo governo, poi ognuno prendera' la sua strada". Ed ancora: "il paese vive un'esegenza minima di stabilita' istituzionale e quasi di soparavvivenza istituzionale". Poi ha detto di avere accettato la riconferma per "salvaguardare la continuita' istituzionale", mai aveva visto pur nella sua lunga esperienza una situazione cosi' grave e carica di tensioni. Pero' sottolinea lo scopo vero del suo mandato: "le riforme". Quindi precisa che "continuita' istituzionale e stabilita' politica sono valori che non significano conservare l'esistente". "Sono un tenace assertore della necessita' - prosegue - che su alcuni terreni fondamentali gli opposti schieramenti politici riescano a esprimere un impegno comune e deve essere innanzitutto sul terreno delle regole, delle riforme istituzionali". Ed ancora: "Fermo restando che un'alleanza politica e' sempre a termine, in modo particolare quando e' eccezionale come quella 76-79 (il periodo del compromesso storico) e quella attuale". Ai partiti un altro perentorio invito:"Basta bandiere, ora servono le riforme". In una lunga intervista con Eugenio Scalfari, che era stata registrata, spiega il suo lungo percorso: "Io, da comunista a Presidente". Comincia a parlare partendo da quando disse nel 95, parafrasando Benedetto Croce, "Perche' non possiamo dirci liberali...". Napolitano ha ripercorso le tappe della sua vita politica dai tempi del Guf all'Universita' di Napoli fino alla sua adesione al Pci (con grande dispiacere del padre, di tradizione liberale), sempre in Parlamento poi presidente della Camera e l'unico ad essere riconfermato presidente. (Tra l'altro Scalfari rivela un messaggio che gli era stato affidato da due personalita' del Pd, prima della rielezione, convinte che nessuno potesse prendere il posto di Napolitano: erano Enrico Letta e Walter Veltroni). Due volte Napolitano, durante il racconto, si e' commosso, la prima ricordando la delusione di Di Vittorio dopo i fatti d'Ungheria, la seconda pensando all'amico Berlinguer. E proprio sull'Ungheria, Napolitano ammette: "Ho avuto torto". Ma questo, lui non lo dice, all'epoca avere un'opinione differente avrebbe significato, come fu per molti, rompere definitivamente con Togliatti ed interrompere i rapporti con l'Unione sovietica, insomma "tradire" il partito. Inoltre in qualche modo avrebbe voluto contraddire quella che fino a quel momento era stata la storia del Pci. E nel partito comunista Napolitano ha sempre profondamente creduto, ritenendolo fondamentale nella ricostruzione dell'Italia nel dopoguerra. Quando la presenza del Pci era capillare. Raccontava Giuliano Vassali, vecchio socialista, che invece condanno' l'invasione dell'Ungheria, che Togliatti gli aveva confidato quale era la vera forza del Pci: "In ogni piccolo paese ci sono almeno tre punti fissi, la stazione dei carabinieri, la parroccghia e la sezione del Pci".

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