Napolitano teste: Ombre, veleni e "pizzini". Il "gelo" del Colle

. Politica

"Una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose". Sono le dure parole di Napolitano alli'ndomani dell'improvvisa scomparsa del suo consigliere D'Ambrosio, investito insieme a lui dalla bufera delle polemiche per il processo Stato-mafia, a Palermo. Che i giudici abbiano deciso di ascoltare Napolitano, viene bollato come fatto "inusuale", dalla Guardasigilli, Annamaria Cancellieri, tanto da fare sorgere diverse letture sul sempre più complicato rapporto politica-magistratura, che continua a ruotare introno alle vicende giudiziarie di Berlusconi. Tra l'altro, altro episodio "irrituale" sono i commenti a caldo della procura di Palermo, sull'amnistia e l'indulto, giudizi negativi e liquidatori, per la proposta del capo dello Stato.  Poi c'e' il retropensiero che sullo sfondo ci sia un inconfessabile salvacondotto per Berlusconi. Ma in molti, tra le stanze dei palazzi della politica, hanno la sensazione che l vero motivo dell'attacco al Quirinale sia l'ennesimo tentativo di dare una spallata al governo delle larghe intese. Come se si stesse giocando una partita a tutto campo, che coinvolge tutti, sul futuro dell'Italia, tra moderati di entrambi gli schieramenti e sostenitori di un bipolarismo radicale. Certo nel conflitto politica-magistratura giocano antichi veleni, e ne e' la prova della citazione anche di Grasso, presidente del Senato, ma già a capo di una procura di Palermo divisa, prima di approdare alla guida dell'Antimafia, ma anche dispute recenti, che si riversano su un fragile equilibrio politico, in una fase di transizione per il dopo Berlusconi. Da destra il segnale di Palermo viene invece letto come un "pizzino", che suona più o meno così': "L'avvertimento e' chiaro, comandiamo noi e abbiamo deciso che Berlusconi debba uscire dalla scena politica, subito e per sempre". Nel tutto c'e' il "gelo" del Colle, e la domanda e', cosa farà Napolitano? Aspetta in un corretto silenzio istituzionale, per poi valutare le motivazioni della richiesta di Palermo. Poi valuterà. Potrebbe ricorrere e investire della questione la Corte Costituzionale oppure per evitare polemiche, potrebbe dire si' all'interrogatorio. Ma in quel caso saranno i giudici siciliani a dovere bussare al Quirinale. Così' stabilisce la legge. C'e un solo precedente, quello di Cossiga su Gladio, ascoltato pero' prima del processo, che fece mettere a verbale che le sue erano dichiarazioni spontanee e rese senza alcun obbligo, in quanto "sottoporre il capo dello Stato a un altro potere potrebbe affievolirne la capacita' decisionale". E questo rischio esiste, perché le norme stabiliscono che le udienze devono essere pubbliche, quindi con l'ammissione almeno di una rappresentanza della stampa, e che il teste possa essere interrogato oltre che dal pm, dagli avvocati delle parti civili e degli imputati. Rischio che si concretizza per l'obbligo di Napolitano di rispondere (la facoltà di non rispondere  e' valida solo per gli imputati). Ed e' quello di qualcuno, a partire dal pm, che volesse condurre l'interrogatorio in una chiave provocatoria, asservita ad una tesi precostituita. E quel qualcuno, se non vedesse confermata la sua tesi dalle parole di Napolitano, potrebbe, alla fine contestare ipotetiche omissioni o reticenze, gettando ombre interessate e difficili da sterilizzare sulla massima carica dello Stato. E si sa come di teoremi vivono e si concludono molti processi.

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