Mieli, novello gufo, sul Corriere critica Renzi per "I toni alti" e gli scarica addosso due secoli di Storia

. Politica

"Venerdì prossimo Matteo Renzi incontrerà Angela Merkel e verra' il momento di fare il punto sullo stato delle relazioni tra Italia e Germania (ed Europa). Gia' si può immaginare il modo in cui andrà a concludersi. Come sempre accade dopo le tempeste si prenderà atto che i rapporti tra i due Stati  sono eccellenti, che qualche problema rimasto sul tappeto e' in via di risoluzione, talche' i giornali del giorno seguente racconteranno di "successo" del summit". E' quanto scrive Paolo Mieli sul Corriere per introdurre quello che vuole analizzare, le posture e i toni, che caratterizzeranno quella riunione. "Quelli della Merkel - scrive l'ex direttore del Corriere - possiamo dire di conoscerli in anticipo, flessibili, quantomeno in apparenza, e garbati. Più imprevedibili saranno quelli del nostro presidente del Consiglio, che negli ultimi tempi si e' esibito in un crescendo di veemenza, laddove ha ribadito in più occasioni che il nostro paese non si presenta con il cappello in mano, che quando e' in campo l'Italia (cioè lui) 'non ce n'e' per nessuno, che pretendiamo cio' che ci spetta e cose simili". Insomma a Mieli non piace la "retorica renziana", non gli piacciano i suoi toni, ma forse anche qualcos'altro, che non dice. Ne esce così un quadro critico del comportamento e delle strategie del premier. E per "autenticare" questo suo quadro, Mieli scarica addosso a Renzi, dall'alto della sua cultura, un paio di secoli di Storia. La tesi e' che l'Italia dai "toni alti" e' da bocciare. "Sono toni non nuovi nella storia d'Italia, che hanno precedenti nelle fasi più instabili e che quasi mai hanno prodotto esiti all'altezza degli annunci". Mieli parte da lontano, quando negli settanta dell'ottocento, dopo le sconfitte militari di Lissa e Custoza, uscivano di scena i grandi della stagione dell'unita' d'Italia, cambiava lo stile di fare politica. Ci fu più attenzione nel coniugare la retorica risorgimentale con i propositi di affermazione e di grandezza. Durante la stagione del trasformismo entrarono in collisione 'il povero ministro degli esteri Luigi Corti', reo di avare enunciato al Congresso di Berlino la saggia politica delle "mani nette" ed il console italiano aTripoli, Licurgo Maccio', che mobilito' armatori e imprenditori per conquistare posizioni nella terra del Bey". Risultato? La Francia si allarmo' e nel 1881 con un colpo di mano impose il suo protettorato sulla Tunisia. Poi fu la volta dell'ultimo dei fratelli Cairoli,Benedetto,  travolto con il suo governo dalle idee di grandezza dei vari Carducci, Pascoli, anticipatori degli eccessi di D'Annunzio. Francesco Crispi "mai più con il cappello in mano" tento' le avventure africane e non gli andò bene. Poi a Giovanni Giolitti andò un po' meglio con la guerra in Libia, anche se poi il suo non interventismo nella prima guerra mondiale gli attiro' le ire di Mussolini. Eccolo proprio lui, il maggiore interprete dei toni altii e della retorica dell'Italia forte. Per Mieli due guerre e qualcosina di più con quelle coloniali sulle spalle degli italiani smargiassoni. Si arriva al pacato De Gasperi, che proprio grazie ai toni bassi ebbe successo. Tanto più' abbassava il tono della voce, tanto più cresceva la sua reputazione. "Questi italiani hanno un magnifico appetito, ma pessimi denti", diceva il cancelliere  Bismark, molti anni prima. Mieli nella sua carrellata arriva naturalmente a Sivio Berlusconi ed ai suoi modi. Che non gli piacciono come non piacevano a mezza europa e all'America., non quella di Bush ovviamente.  A ben guadare i "i toni alti" o meglio l'Italia che si vuole fare sentire non e' mai piaciuta a nessuno. Meglio l'Italietta "un po' vile" forse, ma almeno "servile". Ed ora che anche Renzi vuole sbattere i pugni sul tavolo, ecco che gli arriva addosso una "carrettata" di Storia.  Forse dopo avere letto Mieli, Renzi sarà ancor più rinfrancato nello seguire la strada presa, Certi paragoni poi sono veramente così orridi?

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