Pd, sulla libertà di coscienza al referendum, chiesta da Bersani, manca chiarimento. Sarebbe farsi partito nel partito con avallo del partito della nazione. Renzi temporeggia...

. Politica

Il Pd sta vivendo una di quelle stagioni tanto care quanto ricorrenti nella storia della sinistra italiana, fin dalla scissione di Livorno del 21, che porto' alla nascita del Pci. Gli ex comunisti, che si sono visti sottratti la "ditta" dal giovane ed "arrogante usurpatore", quel Matteo Renzi che in parte li ha rottamati ed in parte li sopporta controvoglia. Così si arriva al quasi paradosso di un Verdini quasi d'accordo su tutto con Renzi che sta fuori da Pd, mentre chi e' dentro come Bersani e' in disaccordo quasi su tutto con il premier-segretario. C'e' pero' un evento che non potrà non prescindere da un chiarimento di fondo, il prossimo referendum di ottobre sulle riforme. Ogni tanto, da buon politico, Renzi usa anche la tattica di Fabio Masssimo il temporeggiatore. Sa bene che e' politicamente improponibile che l Pd si divida al referendum sulla Costituzione, perché dopo avere votato insieme nel Parlamento, non potrebbero separarsi nel paese senza mettere nel conto un divorzio inevitabile. Anche perché a quel punto se Renzi vincerà con il voto dei moderati sarebbe nato sul campo il partito della nazione, con o senza Verdini. Poco importa. Se un partito non avesse una visione comune sulle istituzioni, se non si riconoscesse nella stessa Costituzione, non sarebbe più un partito. Ma due, senza possibili alternative, perché alle regole fondamentali della politica non si sfugge. E' una questione dirimente. Renzi per ora prende tempo solo perché in mezzo ci sono le amministrative di primavera, ed il premier non vuole prestare il fianco più di tanto ai grillini, che insidiano tutti i suoi candidati a sindaco. Con la sinistra interna molto ambigua sul sostegno al suo Pd, accarezzando una possibile sconfitta di Renzi. E' pero' proprio Bersani ad insistere per un chiarimento immediato sulla sua richiesta di "libertà di coscienza" al referendum, perché sa della possibile scomunica di Renzi per chi abiurasse il progetto per la terza Repubblica. E culla l'idea di trasformare il referendum nel prossimo Congresso del partito. Perché e' più facile (anche se lo stesso molto, molto difficile) sconfiggere Renzi al referendum che al Congresso. Se infatti Renzi arrivasse a questo appuntammo dopo una vittoria referendaria, più o meno plebiscitaria, sarebbe il momento della sua definitiva incoronazione. Per molti anni, con la minoranza ridotta al ruolo di comparsa. La minoranza per ora si e' limitata a minacciosi segnali in vista della consultazione popolare, con il solo D'Alema che in pratica ha annunciato il suo no, spiegando di non sentirsi vincolato alla disciplina di partito ma solo alla sua coscienza. Bersani vorrebbe garanzie (posti in lista alle elezioni che gli assicurino una sorte di golden share sul futuro governo) per il suo si'. Garanzie che Renzi non gli concederà mai. Siccome tre indizi fanno una prova, quello dei renziani e' più di un sospetto, la minoranza punta su amministrative e soprattutto sul referendum per fare saltare il banco e togliersi di mezzo Renzi. Il conflitto aperto si scatenerà solo quando Renzi, e prima o poi dovrà necessariamente farlo, si pronuncerà  su quel che pensa degli "obiettori di coscienza". Tutti, sanno che cosa ne pensa, ma un conto e pensarlo ed un altro dirlo. 

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