Renzi, il voto a Milano-Roma e Napoli e la battaglia decisiva del referendum. Via anche al comitato del No

. Politica

Sono mesi difficili per Renzi che si gioca tutto con il referendum costituzionale di ottobre. Al di la' delle parole, se sia stato lui a personalizzarlo o se invece, come sostenuto dallo stesso premier siano stati i suoi avversarsi schierati per il no, non c'e' dubbio che il referendum sia diventato un appuntamento per dire si' o no alle riforme, ma anche il momento in cui gli italiani decideranno se incoronare Renzi e avviarlo a divenire il primo presidente del Consiglio della Terza Repubblica oppure se voteranno anche per mandarla a casa. In mazzo c'e' l'apostrofo delle comunali con grandi città al voto come Milano, Roma e Napoli, che Renzi avrebbe volentieri evitato. Cerca di non dare troppa importanza alle urne di giugno, ma la preoccupazione a palazzo Chigi e' palpabile. A Milano e' un testa a testa tra il "suo" Sala e Parisi del centrodestra, Napoli sembra persa per il Pd con la probabile vittoria dell'uscente De Magistris, che al ballottaggio se la dovrebbe vedere con Lettieri del centrodestra. A Roma Giacchetti, anche con la riammissione di Fassina,  appare avanti al centrodestra diviso tra Marchini e la Meloni, ma al ballottaggio battere la pentastellata Raggi equivarrebbe ad un mezzo miracolo. Intanto parte l'armata Brancaleone del No al Referendum, dopo i comitati per il si' promossi dal premier. Il centrodestra unito, il M5S, Sel, i costituzionalisti schierati contro la riforma e sicuramente, più o meno a bassa voce, un pezzo del Pd della sinistra interna. Sulla carta i numeri elettorali sono dalla parte del no ed i primi sondaggi danno il si' ed il no quasi appaiati con una differenza del due per cento a favore dei contrari 51,6% a 48,4. La speranza di Renzi e' che almeno una parte del centrodestra non segua le indicazioni che vengono dall'alto e si schieri per rimodernare il paese. Renzi ha tutta l'estate per convincerli. Per questo intende organizzare una sorta di campagna porta a porta. Una eventuale sconfitta renziana potrebbe mettere in imbarazzo anche il capo dello Stato Mattarella, chiamato a quel punto a gestire una difficile crisi con dimissioni e cambio di governo, o addirittura ritorno alle urne. Non e' un mistero che molti anche nella sinistra, si sussurra nei palazzi D'Alema in testa, stiano pensando ad un governo di larghe intese per traghettare il paese verso una una consultazione, ma con le vecchie regole. Perché e' ovvio che la prima cosa che verrebbe cambiata, in caso di sconfitta del premier, e' la legge elettorale. Ed il Senato rimarrebbe nei suoi pieni poteri pari a quelli della Camera.

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