Lo "scippo" di Renzi, il Berlinguer contro il bicameralismo , ma "tace" su Almirante e Craxi, gli unici due che veramente volevano le riforme nella I Repubblica

. Politica

Riesumato, in un pomeriggio di maggio, come per ottenere una patente di legittimità, come un modo per unire rottamati e rottomandi sotto un nume tutelare, un padre di famiglia.  Quell'Enrico Berlinguer, il più rappresentativo insieme a Palmiro Togliatti del Pantheon della famiglia comunista. Renzi chiama Berlinguer, lo porta come testimone o come testimonial, come garante delle sue riforme costituzionali. Così lui il rampollo toscano, che e' riuscito la' dove hanno fallito Craxi e Berlusconi, a derubricare comunisti e post comunisti, in un angolo della storia  e in una presenza pressoché ormai simbolica nella politica che conta, battezza il partito del si' con la faccia del grande leader sardo. Una santificazione o una blasfemia? Quasi a dire che lui, Matteo, fa cio' che avrebbe voluto Enrico. Alla faccia dei vari Bersani e Cuperlo, "rimandati" a ripassare la loro storia. "La sinistra e' stata sempre per superare il bicameralismo. Enrico Berlinguer parlava direttamente di monocameralismo", dixit Renzi. Non mente Renzi, ma fa il furbo, qual'e'. Non mente perché in un'intervista all'Unita il 27 maggio del 1984 Berlinguer si schiero' per le riforme e per la governabilità. Meno parlamentari ed una sola Camera. Ma immaginava anche un'Italia di regioni autonome, come contrappeso al potere centrale. Comunque quello di Berlinguer era anche un modo per uscire a testa lata dalla fallita stagione del compromesso storico. In realtà il Pci, quando se ne presento' la concreta occasione, fu contro le riforme. Per timore di rimanerne schiacciato, le stesse che spinsero i costituenti ad adottare il bicameralismo e le stesse che spinsero i comunisti alla mobilitazione contro la cosiddetta legge truffa, che voleva solo dare un premio di maggioranza per dare stabilita' e al paese. La Dc che allora viaggiava costantemente intorno al 40% fu sempre costretta ad un gioco di alleanze per governare. Alleanze che poi erano sfruttate dalle sue varie componenti interne per giochi di potere che poco facevano durare i governi. Il primo che si batte' per una riforma in senso presidenzialista fu Giorgio Almirante. Ma erano i tempi dell'arco costituzionale, di demitiana memoria e di quando allo stesso Almirante non veniva neppure dato da mangiare all'Autogrill sll'Autosole,  di vicino a Bologna. Difficile immaginare che potesse fare delle riforme o che altri potessero condividerle. Renzi tace soprattutto su Bettino Craxi, che cerco' di portare a buon fine quella riforma, che fu dibattuta per la prima volta dalla commissione Bozzi (un galantuomo, vecchio liberale) nel 1983. Fu subito dopo la caduta del Muro nell'88 che Craxi intuì che fosse arrivato il momento opportuno per sferrare il colpo e fece presentare dal suoi capigruppo, una riforma sul bicameralismo che mettesse fine al pjng-pong tra le due Camere pur non abolendo il Senato. Che doveva rimare a vigilare sulle leggi costituzionali ed altre di particolare rilevanza, oltre che continuare a dare la fiducia la governo come l'altra Camera. Venivano anche rafforzati i poteri del premier con la possibilità di revoca dei ministri e di porter chiedere lo scioglimento anticipato delle Camere. Ma in quel periodo vigeva ancora una conventio ad excludendum che finiva per bloccare tutto, cosa che venne in pratica a scadere solo dopo il referendum de 91 che abolì il sistema delle preferenze multiple e divenne il padre di una nuova era. Alla vittoria di Mario Segni, fautore di quel referendum, segui' pero' subito dopo quella Tangetopoli, che spazzo' via Craxi ed illuse i comunisti di prenderne il posto nel panorama socialista. Ma ai comunisti mancava lo spirito liberale di Craxi e del socialismo riformista tutto. Sul concetto di democrazia possono discutere molto filosofi e politici, ed ognuno puo' avere le sue idee. Ma su quello di libertà molto meno, o c'e' oppure no. Nella storia delle riforme costituzionali un posto spetta anche alla commissione De Mita-Jotti (una sorta di tardivo compromesso storico, ed infatti falli') e quella ambiziosa di D'Alema del 97 (una sorta di patto del Nazareno ante litteram). Dopo il fallimento di quest'ultima, preso atto delle difficoltà, si opto' per la tecnica dei piccoli passi. Fino all'ultima riforma approvata dal governo Berlusconi e bocciata al referendum, dopo la sua sconfitta alle elezioni. Con Prodi premier alla testa di un cartella del no che comprendeva tutoli il centrosinistra di uliviana memoria. 

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