Strappo che sa di "addio" di Bersani, annuncia che voterà No al referendum

. Politica

Pierluigi Bersani, che si e' visto sfilare il suo Pd, la "Ditta", dal quell'irriverente giovanotto toscano, Matteo, al quale non avrebbe neppure affidato la gestione di un bar, annuncia (cosa abbastanza irrituale nelle vecchie abitudini delle gerarchie comuniste, di cui e' figlio, che discutevano tutto e di tutto nelle sedi appropriate, e rigorosamente di partito), alla vigilia della direzione del Pd, che la sinistra, cioè l'opposizione interna del Pd voterà No al referendum), naturalmente un voto contro Renzi. Che pure era stato invitato a non personalizzare il referendum. Ora il voto del 4 dicembre diventa di fatto sempre di più un voto non solo sulle riforme ma anche su Renzi, ed anche per volere di Bersani e compagni a lui fedeli. Al Corriere della Sera, e non direttamente alla sua direzione, che si terra' domani, dice chiaro e tondo quello che pensa: "Io trattato come un rottame, L'Italicum cambia? Solo chiacchiere". Ed in più : "Non voglio un governo del capo". Insomma la sinistra interna voleva modifiche sostanziali sulla legge elettorale, che non crede si possano realizzare. L'i apertura di Renzi e' stata giudicata "insufficiente". Poi, lui che ne era il delfino, fino ad arrivare a completa rottura, per varie vicende (non ultima quella che da segretario si era del tutto scordato del suo mentore, senza neppure indicarlo nella rosa dei candidati per il Quirinale del Pd, che oggettivamente D'Alema avrebbe meritato) prende le difese di Massimo D'Alema.  Chissà poi chi preferirà lo stesso D'Alema tra Bersani e Renzi? Un giorno lo svelerà, anche se entrambi non gli piacciono. "Non ho ragioni per difendere D'Alem, la sua testa  ma basta con questa cosa volgare del vecchio e del nuovo, con gli sputi su tutto quello che era prima". Quello che a Bersani proprio non va giù, anche se per se stesso lo avrebbe tollerato nel caso che da segretario fosse riuscito a formare un governo con i grillini, e' che Renzi abbia il doppio incarico, di premier e segretario del partito. Una vecchia e mai risolta storia nella sinistra. "Renzi non può essere segretario e premier, Jim Messina gli ha fatto capire  che personalizzare e' un errore. Jim Bettola glielo aveva detto gratis", le sue parole  con cui ironicamente come tanto gli piace, Bersani scherza parafrasando il nome del guru americano (i cui consigli costano e tanto) con quello della sua cittadina di origine. Domani, giorno della direzione del Pd, potrebbe anche essere, ma in politica non si sa mai fino a cose fatte, una data storica. Perché se effettivamente la sinistra del Pd dichiarasse di votare No al referendum, si aprirebbe una spaccatura insanabile. E' impossibile che nel maggiore partito italiano e di governo convivano due linee diametralmente opposte. Anche perché a tutti e' chiaro, a partire da Bersani, che tra l'altro fa inutilmente intervenire il giovane Speranza che dovrebbe essere il leader della sinistra su Repubblica (quando il vero leader e' lui, e lo rimarca pure) che dal referendum, a seconda di come vada, si apriranno scenari opposti. Lui dice che se Renzi vincerà andrà a tutta velocità "Se passa il si', temo che Renzi prenda l'abbrivio e vada diritto con l'Italicum. Non sono disposto a mettere in mano il sistema a quella roba inquietante che sento venir  su dal profondo del paese". Insomma Bersani che si dice turbato "non da Grillo ma da una nuova destra in formazione aggressiva", non vuole che Renzi vinca il referendum. Questo e' il fatto vero. Se pero' Renzi dovesse vincerlo, per la sua sinistra solo pochi posti, qualche strapuntino di comparsa nel Pd, nel prossimo Parlamento, oppure fuori a tentare l'avventura.  

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