I "riservisti" della Prima Repubblica in campo per impedire la nascita della Terza Repubblica

. Politica

"Avanza un plotone di uomini nuovi, che si candida ad aprire per il paese una nuova stagione. Che assomigli il più possibile alla vecchia, quando erano tutti più felici e più contenti", e ci sarebbe da dire più giovani... La penna ironica di Aldo Cazzulllo sul Corriere (che invece ieri all'opposto aveva pubblicato un articolo di Pierluigi Battista che sostanzialmente suonava come una sorta di inno alla Prima Repubblica)  descrive così quel bel quadretto famigliare raccolto intorno a D'Alema per il lancio della sua campagna per il no al referendum del 4 dicembre. Ci sono tutti i matusalemme della politica e di molti di loro si erano perse le tracce, da talmente tanto tempo, che per i meno attenti, era anche difficile ricordare se erano ancora vivi. Vicino al lider Maximo, il giovanotto del gruppo , con i suoi 67 anni, c'erano in prima fila i democristiani del tempo che fu, anche se una volta in lotta tra loro,  come Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita. Un altro volto fresco in rappresentanza degli andreottiani, quello di Lamberto Dini. Cosa che non ti aspetti proprio di vedere accanto a De Mita sono quelli della diaspora socialista del dopo Craxi. Con Bobo Craxi, per una volta nella sua vita, d'accordo con la sorella Stefania. Numerosi i post comunisti che si vedono scippati da quello, si' veramente giovane, Matteo Renzi. Ma come dopo avere subito l'onta della storica sconfitta del '48 e poi quella del '94, ora questo che con la nostra storia non c'entra nulla, vuole addirittura farci sparire? Si devono essere domandati in molti di loro. Così ecco le facce antiche di Cesare Salvi e di Guido Calvi, entrambi in auge una trentina di anni fa. Ma addirittura c'e' quello che dalla politica e' scomparso, nonostante avesse un partito che sfiorava il 15%, Gianfranco Fini. Se non si fosse visto qui, forse sarebbe stata necessaria una trasmissione apposita di Chi l'ha Visto. Con un parter si fatto, che già di per se' da' una mano a Renzi, il premier non ha che da augurarsi che D'Alema voglia ripetere questo amarcord  prima della consultazione popolare. Nonostante questo quadretto Cazzullo e' convinto che Renzi abbia fatto un errore tattico, non solo nel personalizzare il referendum, ma nel farlo. "Ansioso di essere legittimato, ha finito per delegittimarsi. Convinto ancora di vivere nel paese del 41% ha creduto di rafforzare il Si' offrendo la propria testa agli elettori, ma ha ottenuto l'effetto contrario, oltretutto per una battaglia che non era la sua". Ancora: "Portare in fondo le riforme era il pedaggio pagato a Napolitano per ottenere la testa di Letta. Renzi prometteva di riportare al tavolo Berlusconi, e in una prima fase c'era pure riuscito. Poi al momento di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale, ha preferito  ricompattare il suo partito sul nome di Mattarella, rompendo con il Cavaliere". Sempre secondo Cazzulo, "ora per la prima volta e' stato Bersani a fregare Renzi, e non il contrario come d'abitudine. La sinistra Pd prima ha ottenuto di peggiorare riforma in cambio del suo si' - il premier pensava a un Senato di sindaci, e ha dovuto puntare sui consiglieri regionali, vale a dire la classe dirigente più screditata d'Italia - e, ora, fiutando il vento di vittoria votera' no". Ma battaglia sul referendum appare ancora apertissima e sarà solo il 4 dicembre a dire cosa avranno scelto gli italiani al bivio tra due strade tra loro opposte. 

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