Renzi, il "Non me ne vado anche se perdo" e il tappo di champagne che spazzo' via Fanfani nel '74

. Politica

La politica ha le sue regole. Impossibile anticipare nulla, perché le variabile sono molte ed oltre ai progetti del diretto interessato ci sono quelli degli altri. E' come una palla da biliardo che carambola sulle altre. Le direzioni sono molte… Renzi fieramente dice "Non me ne vado anche se perdo", e non potrebbe dire altro, incalzato com'e' da domande che vogliano a tutti costi anticipare scenari ancora tutti da scrivere. Esiste la storia e basta rileggerla con un minimo di attenzioni. Innanzitutto gli "Immortali", a guardia scelta dello Scia' di Persia, che fu la prima a ritirarsi, e' molto in sintonia con la politica. Spesso sono proprio i fedelissimi i primi a mollare il loro re in caso di disfatta, nella speranza di potersi guadagnare le grazie del nuovo potente. Basta guardarsi indietro, perché i meccanismi sono sempre quelli in democrazia, soprattutto in partiti con più anime. Amintore Fanfani, potentissimo segretario della Dc (ai tempi contava più essere segretario della Dc che presidente del Consiglio, a parte che premier Fanfani lo era già stato e lo sarebbe stato ancora),  fu spazzato via in una caldissima notte estiva, sotto ogni aspetto, e sostituito in un Consiglio Nazionale all'Eur, da Benigno Zaccagni, uomo della sinistra Dc. Il 12 maggio di quell'anno Fanfani aveva perso il referendum sull'aborto, chiedendo alle urne un plebiscito anticomunista. Sulla scia del '68 riteneva che nel paese ci fosse una maggioranza silenziosa anticomunista e voleva consolidarla. Nonostante la storica svolta e l'intelligenza politica di cui era dotato, Fanfani sbaglio' valutazioni e  non si rassegno'. Voleva derubricare la sconfitta in un episodio e rimanere alla guida del suo partito. Fu mollato via via da tutti a partire dai dorotei che rappresentavano l'anima centrale della Dc e non erano certo di sinistra. Celeberrima la vignetta di Forattini con il "tappo" Fanfani (per ridicolizzare la sua bassa statura) sparato via dallo champagne del No al divorzio. Ora Renzi pur essendo ben più alto deve tenere conto dell'effetto champagne, perché ha nemici dentro casa, Orlando ed Emiliano in testa che lo dichiarano apertamente anche se in fotte minoranza con le ultime liste. Poi ci sono gli uomini di Franceschini, molto di frontiera, ma si sussurra anche di possibili cedimenti di suoi uomini di corte. Il nemico principale resta pero' Massimo D'Alema che non aspetta altra che qualcuno gli abbassi il ponte levatoio del Pd per potere rientrare trionfalmente senza dovere incontrare grosse resistenze. L'ex premier lo dice a tutti che il nuovo movimento Leu, di cui pochi riescono  a ricordare la sigla, e' solo una cosa  di passaggio necessaria per una fase politica di transizione. Poi come andrà a finire nessuno lo sa, neppure i diretti interessati. Bisognera' attendere la sera del 4 marzo ed aspettare la necessaria fase di decantazione e di metabolizzazione del voto per cominciare a tratteggiare i vari scenari, quello del governo del paese, e conseguentemente gli altri che riguardano i singoli partiti, con possibili rese dei conti. Certo la vittoria aiuta, la sconfitta lacera. Un'altra inderogabile legga della politica.

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