Salvini: "Processatemi, anzi no...". Lettera al Corriere, Senato deve negare autorizzazione

. Politica

Matteo Salvini sceglie la più ponderata via di una lettera al Corriere della sera, per annunciare il cambio di rotta sul caso Diciotti, per il quale in una delle tante dirette Facebook si era dichiarato pronto a essere messo a processo. Il tribunale dei ministri di Catania aveva chiesto l'autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti del ministro dell'Interno per la vicenda dei 177 migranti che nell'agosto scorso per 5 giorni non furono fatti sbarcare dalla nave della Guardia costiera, attraccata nel porto della città etnea. La richiesta "per sequestro di persona aggravato" è stata inviata nei giorni scorsi all'apposita giunta del Senato. Ora Salvini, vista la posizione non ancora definita dei 5stelle, ci tiene a mettere in chiaro: "La mia vicenda giudiziaria è strettamente legata all'attività di ministro e alla ferma volontà di mantenere gli impegni della campagna elettorale. Avevo detto che avrei contrastato l’immigrazione clandestina e difeso i confini nazionali. I giudici mi accusano di aver violato la legge imponendo lo stop allo sbarco, la valutazione del Senato è pertanto vincolata all'accertamento di due requisiti (ciascuno dei quali di per sé sufficiente a negare l’autorizzazione): la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o il perseguimento di un preminente interesse pubblico". Il leader del Carroccio rileva: "Dopo aver riflettuto a lungo su tutta la vicenda, ritengo che l’autorizzazione a procedere debba essere negata. E in questo non c’entra la mia persona. Innanzitutto il contrasto all'immigrazione clandestina corrisponde a un preminente interesse pubblico. In secondo luogo ci sono precise considerazioni politiche: il governo italiano, quindi non Matteo Salvini personalmente, ha agito al fine di verificare la possibilità di un’equa ripartizione tra i Paesi dell'Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti". Insomma, Salvini chiama in causa l'azione dell'esecutivo nel suo complesso su uno dei punti cardine del contratto di governo gialloverde e conclude: "Non rinnego nulla e non fuggo dalle mie responsabilità di ministro. Sono convinto di aver agito sempre nell'interesse superiore del paese e nel pieno rispetto del mio mandato. Rifarei tutto. E - termina ribadendo lo slogan che ha coniato per la campagna sullo stop ai migranti e la chiusura dei porti -: non mollo".

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