Fallito il "progetto" Salvini teme harakiri del M5S: "Non mi sento più forte e Luigi non deve sentirsi più debole"

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"Non mi sento più forte e Luigi non deve sentirsi più debole", la riflessione di un Salvini reduce dall'influenza, ospite di Porro su Rete4. Il leader leghista non vuole mettere all'angolo il suo alleato di governo, del quale ritiene di avere ancora bisogno per la sua scalata politica, che si presenta sempre più complicata. Quello che Salvini teme e' un harakiri del M5S, possibile se non sapra' gestire la situazione, magari male interpretandola. Quello che le tornate elettori seppur regionali, ma attenzione la Sardegna e' stata sempre un campanello per il voto politico nazionale, stanno evidenziando e che stando alle previsioni per Basilicata e Piemonte per finire alle europee dovrebbero confermare, e' il fallimento dell'ipotesi strategica sulla quale era nata la strana maggioranza giallo-verde. Salvini e Di Maio avevano ritenuto conveniente siglare il contratto di governo, nonostante le abissali differenze, nella speranza che potesse durare il tempo necessario a mangiarsi  ciascuno la forza concorrente della sua meta' campo, cioè Forza Italia (o forse più Berlusconi della stessa Forza Italia) ed il Pd. Per poi a cose fatte vedersela in una sfida elettorale tra i due nuovi poli del firmamenti politico italico. Ma così non sembra affatto andare, le radici del centrodestra e del centrosinistra ci sono eccome, e tutto e' destinato a tornare all'antico, con il M5s se reggerà nella posizione pur sempre invidiabile di terzo polo. Se Il M5s riuscira‘ a capire e metabolizzare quello che si delinea come suo ruolo, che era stato gonfiato dal voto di protesta, potrà ancora incidere sulla politica italiana, altrimenti e' destinato ad avere risultati ancora più deludenti. Salvini pero' non ne vuole proprio sapere di tornare ai caminetti di Arcore, per questo vuole allungare i tempi, sperando di continuare a mietere voti a destra e a manca. Mostra un atteggiamento "soft" nei confronti del M5s ed in particolare di Di Maio. che nel momento più critico, mostra i denti ai suoi avversari interni,  che ne chiedono troppo prematuramente la testa. "Il capo del M5s - spiega - dura cinque anni. Ne mancano quattro", ed avvia una sorta di riforma del movimento a partire dalle liste civiche e dalla possibilità nei  comuni che i 5 Stelle possano superare il doppio mandato. Forse pensando anche a se stesso, che attualmente in caso di crisi, per le regole interne non potrebbe ripresentarsi. Lui vuole avere le mani liberi e potersi giocare la partita anche in caso di elezioni anticipate. Rimangono pero' i nodi, a partire dalla Tav (dove Salvini che la vuole fare ha avuto l'appoggio del ministro Tria), la legittima difesa, le Autonomie. Poi ci sono le nomine. Ora Salvini può fare anche il buono ma più buono di tanto non può essere, perché deve tenere conto dei suoi e soprattutto dei suoi elettori. Le cose che interessano la Lega, a partire dalla legittima difesa, le deve fare e presto. Altrimenti come alcuni dei suoi dicono, potrebbe avvenire il "contagio" dai 5 Stelle, con il capitale elettorale accumulato messo a rischio. Dall'altra parte anche Di Maiol deve mostrare la sua faccia e dimostrare di sapere tenere testa a Salvini. Un gioco di prestigio tenere in piedi la maggioranza. La parte di attore protagonista in questa fase della scena politica e' tutta sua, di  Salvini. Sara' lui a decidere se il sipario e quando si dovra' calare. Quello che non può e non vuole, e lo ha anche detto ai suoi, ricordando l'amara parabola dell'altro Matteo, e' sbagliare i tempi. 

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