Il 25 Aprile di Salvini e Di Maio: uno a Corleone, l'altro ad Assisi. Ma il duello continua

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Il 25 Aprile di Salvini e Di Maio: uno a Corleone, l'altro al Sacro convento di Assisi. Lontani ma senza mollare il duello sul caso Siri, a giudicare dai nuovi affondi del vicepremier grillino. Il vicepremier leghista ha passato la giornata in Sicilia per manifestare l'impegno del Carroccio contro la mafia e chiaramente per non partecipare alle celebrazioni ufficiali per la festa della Liberazione. Le ha snobbate, anche quella dell'Anpi a Milano, forse troppo "comunista" nella sua ottica. L'altro, il vicepremier capo politico dei Cinquestelle ha scelto Assisi e il Sacro convento, con Costa, Bonafede e Giulia Grillo ma anche da lì ha continuato ad incalzare Salvini sollecitando le dimissioni del sottosegretario Siri, indagato per corruzione, che il capo del Carroccio difende invece a spada tratta convinto che si è colpevoli solo dopo il terzo grado di giudizio. Quindi Salvini sembra volersi lasciar scivolare addosso, in modalità Zen, gli attacchi dell'alleato di governo ma non intende mollare di un centimetro. Un 25 Aprile forse dai toni più tenui nel confronto-scontro politico a tinte gialloverdi: per 24 ore hanno tenuto banco le celebrazioni ufficiali per il 74/mo anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo - con annesse e un pò scontate polemiche - e i discorsi delle autorità, a partire da quello del capo dello Stato Sergio Mattarella a Vittorio Veneto, con la messa in guardia sul rischio di perdere la libertà "in cambio di promesse d'ordine". "La storia insegna - ha scandito Mattarella - che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva". "Nel ventennio fascista - ha proseguito Mattarella - non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d'ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire, anche agli ordini più insensati o crudeli. Ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L'ossessione del nemico, sempre e dovunque, la stolta convinzione che tutto si potesse risolvere con l'uso della violenza".

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