Umbriagate, il 'caso Catiuscia' fa perdere le staffe a Zingaretti

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Le mancate - ma poi prontamente riconfermate - dimissioni di Catiuscia Marini, governatrice della Regione Umbria, dopo lo scandalo sanità hanno fatto arrabbiare sul serio il leader del '"nuovo Pd", Nicola Zingaretti, alla vigilia delle Europee. Il segretario dem si è detto "arrabbiato e deluso", ma anche determinato ad andare fino in fondo e in tempi brevi sul caso. Messa da parte la proverbiale mitezza, Zingaretti chiede coerenza a Marini, dopo il voto di sabato scorso in Consiglio regionale che ha visto la conferma della sua permanenza alla presidenza della Regione. In realtà, secondo Marini, si tratta di un passaggio istituzionale, una sorta di onore delle armi per la governatrice che esprime "stupore per la gravità delle affermazioni di Zingaretti" e al Messaggero spiega: per il codice etico del Pd "non sarei tenuta a lasciare". Subito dopo il voto in Consiglio, Marini travolta dallo stress è stata ricoverata in ospedale: "Pur a fronte della fiducia e della presenza di una maggioranza politica all'interno dell’Assemblea – sostiene -, completerò la procedura prevista per le mie dimissioni, non appena le mie condizioni di salute me lo permetteranno". Tutto era cominciato con le indagini della Procura di Perugia sui concorsi in sanità 'pilotati', che aveva portato all'arresto di un assessore, del segretario regionale del Pd e del direttore dell'azienda ospedaliera. Marini era entrata nella vicenda per intercettazioni telefoniche con alcuni degli indagati. Zingaretti, come nel successivo caso del governatore della Calabria, Mario Oliverio, aveva chiesto di far "prevalere l'interesse dei cittadini e delle istituzioni", ovvero aveva di fatto consigliato le dimissioni. Intervistato su Rai3 da Lucia Annunziata, Zingaretti insiste: "Catiuscia ha sbagliato. Io non ho chiesto di dimettersi, le ho detto di valutare le scelte migliori". Ma il fatto che dopo un mese dalle annunciate dimissioni abbia poi votato contro, "è un grave errore politico". Il segretario aggiunge: "Il Pd che voglio è un partito dove se qualcuno si vende le domande dei concorsi siamo noi a cacciarlo, prima che se ne accorgano i pm", quindi nessuna "resa dei conti" nei confronti di chi al congresso non lo ha sostenuto: "Ho sempre combattuto l'idea di un partito del leader", ma "ci vuole rispetto". Non la pensa così uno degli esponenti della minoranza, l’ex presidente del Pd ai tempi di Renzi, Matteo Orfini, amico della governatrice umbra, la quale da sempre fa parte dell'area dei "Giovani Turchi" di cui lo stesso Orfini è il capo politico: “Una vicenda gestita male dal vertice nazionale del Pd, fin dall'inizio - sottolinea in una intervista alla Stampa -. Se un gruppo dirigente vuole le dimissioni lo dice. Non si può sostenere 'decidono gli umbri', 'deciderà Catiuscia', e poi fare pressioni...". (foto da profilo Facebook C. Marini)

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