Marte, fungo ‘mangia radiazioni’ arma segreta per esplorazione del Pianeta Rosso

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Marte
(foto Colin Behrens da Pixabay )

di Anna Giovanetti (*)

Marte è ormai nel mirino delle esplorazioni spaziali. La corsa si è fatta più serrata con i recenti lanci di sonde degli Emirati e della Cina. Il miliardario Elon Musk, patron di SpaceX, parla apertamente di colonizzazione del Pianeta Rosso. Il più grande pericolo durante le missioni di esplorazione dello spazio profondo è rappresentato dall’esposizione ai raggi cosmici, derivanti sia da quelli galattici (GCR) sia dalle eruzioni solari. Si tratta di una miscela complessa di radiazioni, che comprende raggi gamma, nuclei di elio e nuclei di atomi pesanti (HZE). Questi ultimi, pur rappresentando solo l’1% dei raggi cosmici, costituiscono a causa della loro alta capacità di penetrazione e del loro elevato potere ossidante la componente in grado di indurre danni a lungo termine sulla salute.

Chernobyl

Le schermature usate finora per attenuare l’esposizione aggiungono una notevole quantità di peso ai mezzi spaziali. Un aiuto potrebbe venire da una particolare specie di funghi microscopici ‘mangia radiazioni’, i Cladosporium sphaerospermum. Sono stati ritrovati dai ricercatori nella parete interna del sarcofago che ricopre i resti della centrale nucleare di Chernobyl. Questi micro-organismi ricchi di melanina riescono a vivere in presenza di alte dosi di radiazioni. Il loro metabolismo invece che alla fotosintesi è legato alla radiosintesi. Usano la melanina per convertire le radiazioni gamma in energia chimica, diminuendo la radioattività. Potrebbero quindi essere impiegati, eventualmente ingegnerizzati, come scudo per proteggere gli astronauti durante le lunghe permanenze nello spazio intergalattico.

ISS

La capacità del Cladosporium sphaerospermum di attenuare le radiazioni ionizzanti è stata verificata a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) per un periodo di 30 giorni, simulando la permanenza sulla superficie di Marte. I risultati sono incoraggianti. Le stime indicano che uno strato spesso una ventina di centimetri di questo fungo potrebbe contrastare in gran parte la dose-equivalente di radiazioni sulla superficie di Marte. Mentre una loro miscela con la regolite marziana (il terreno presente su Marte ricco di perclorati) ridurrebbe lo strato necessario a circa 9 centimetri. In accordo con il principio che prevede, in vista di eventuali progetti di colonizzazione spaziale, l’utilizzo di materiali reperibili in loco, simili compositi appaiono sono molto promettenti. Due degli obiettivi principali: minimizzare l’esposizione alle radiazioni e ridurre la massa complessiva dei sistemi di protezione.

(*) ricercatrice ENEA

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