Boom delle spezie dall’India e non solo nell’anno del Coronavirus

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Le spezie che vengono da lontano sono sempre più apprezzate, sia sulle nostre tavole sia nell’ambito della medicina alternativa. Ma a causa del Covid-19 è sempre più complicato riuscire a portarle nelle nostre case

La produzione e distribuzione delle spezie è un mercato antico quanto il mondo, che la pandemia ha rischiato di spazzare via in un soffio. Mentre una nazione dietro l’altra annunciava il lockdown, il network complesso di produzione, trasporto, immagazzinamento e packaging è finito nel caos. Una lunga catena che la pandemia ha subdolamente messo in difficoltà, dai campi alla lavorazione e spedizione. Tutto ciò proprio mentre sulle nostre tavole (e non solo) la richiesta di queste profumate polverine si è moltiplicata. E anche in questo caso a metterci lo zampino è stato il virus. La gente, rimanendo chiusa in casa, ha passato più tempo a cucinare e a mangiare, provando ricette su ricette. E praticamente in ogni ricetta si usa questa o quella spezia. Dal pepe all’erba cipollina, dai chiodi di garofano all’origano.

Curcuma e zenzero

Ma anche le spezie che hanno pure usi medicinali, come ad esempio lo zenzero e la curcuma, hanno visto crescere la domanda. Meglio curarsi di più e in modo naturale per proteggersi anche dal Coronavirus. Il più grande produttore mondiale di spezie è l’India che ha visto il suo primo lockdown nazionale nello stesso periodo dell’Italia, nel marzo scorso. È diventato complicato riuscire a curare i campi, spesso con lavoratori occasionali, e poi spostare i prodotti tra un continente e l’altro. Inoltre, per essere sicuri di avere abbastanza forniture per le popolazioni locali, sia l’India che il Vietnam, un altro grande produttore di spezie, hanno chiuso momentaneamente le frontiere. Le spezie impacchettate si sono fermate nei porti e i mercati interni si sono riempiti di spezie in sovrappiù. I prezzi del cardamomo sono crollati del 50% e quelli del pepe vietnamita del 10%. Per fortuna queste restrizioni sono durate poco e subito dopo il lockdown il mercato delle esportazioni è ripartito, raggiungendo i massimi. Tanto che, secondo la Camera di Commercio indiana, nel giugno 2020 l’export delle spezie è arrivato a cifre mai viste: da 67 milioni di dollari, dello stesso periodo del 2019, ai 359 milioni di dollari di quest’anno.

Mercati

Questa sembrerebbe un’ottima notizia per la produzione internazionale e per le decine di migliaia di piccoli produttori indiani. Ma causa del lockdown c’è stato una imponente migrazione dalla città verso la campagna. In una sola volta sono finiti gli aiuti economici da parte di chi lavorava nelle metropoli e sono aumentate le bocche da sfamare. Una situazione particolarmente gravosa, a cui sono andate ad aggiungersi alcune restrizioni al sistema dei trasporti, tuttora attive in India. Ciò ha fatto salire i prezzi, ma non a vantaggio dei contadini. I controlli di qualità legati alle nuove esigenze di igiene sono poi diventati molto più severi, soprattutto per le produzioni destinate all’esportazione. La speranza è che, finita l’emergenza pandemica, la domanda continui ad aumentare sull’abbrivio di questi mesi. Il tutto avrebbe riflessi positivi nelle campagne così come per tutta la filiera. Indubbiamente anche il mercato delle spezie ha vissuto un anno di grandi novità. L’India – che ha commerciato spezie fin dall’antichità, con la Cina e l’antica Roma – è il paese che necessita di più di innovazione per adeguarsi ai cambiamenti del mercato globale. Chissà che la curcuma, la polverina arancione più diffusa in oriente e famosa per le sue proprietà antivirali, non riesca a salvare anche gli umani, dopo aver curato i maiali da alcune forme di coronavirus.

(foto yourcommodity.com)

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