Brexit, Ue e Regno Unito ancora divisi. I dilemmi di Boris Johnson

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Brexit

Qualcuno ancora si ricorda la Brexit? Ebbene è ancora un dilemma. Il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea a gennaio di quest’anno eppure dopo un anno, come nel gioco dell’oca, Boris Johnson è tornato alla casella di partenza

Con tutto quello che è successo nel 2020 ce lo siamo dimenticato che il Regno Unito è da un anno intero nel cosiddetto periodo di transizione. Un tempo progettato per prevenire il caos economico e logistico che deriverebbe da un dur spaccatura del più grande blocco commerciale del mondo e di tutte le istituzioni legali che uniscono gli Stati membri dell’UE. Le previsioni di come potrebbe apparire tale interruzione includono la carenza di cibo e delle forniture mediche nel Regno Unito e una forte riduzione delle esportazioni. Poiché l’Europa ritiene che sia troppo complicato commerciare con un paese al di fuori delle sue comuni infrastrutture legali. Ora il periodo di transizione scade il 31 dicembre e tra Johnson e Ursula von der Leyen non c’è accordo. Le due parti speravano di negoziare un’intesa post-Brexit che riguardasse il commercio e le altre aree di interesse nei 10 mesi trascorsi da gennaio.

Clausole

Ma la Brexit è avvenuta di fatto, poiché a meno di un mese dalla fine della transizione un accordo deve ancora essere trovato. Le teorie degli esperti negoziatori si sprecano, a partire da David Frost, il capo delegazione britannico, che ha informato Bruxelles che il governo inglese non intende accordarsi su clausole commerciali esplicite fatte di tariffe, addebiti e commissioni. L’Unione Europea dalla sua, sostiene che il Regno Unito ha spostato i suoi obiettivi subito dopo l’inizio dei negoziati. Il Regno Unito sostiene che il motivo per cui la sua posizione è cambiata è che l’UE ha smesso di negoziare in “buona fede”, quando ha fatto richieste di condizioni di parità che avrebbero frenato la capacità del Regno Unito di divergere dalle regole e dai regolamenti dell’UE, in particolare sugli aiuti di Stato. Altre aree di contesa sono state le richieste di accesso alle acque di pesca britanniche da parte di Bruxelles e una sorta di controllo legale europeo su qualsiasi accordo. Il Regno Unito ha affermato per mesi che ciò non rispetta la sovranità del Regno Unito e è quindi inaccettabile. Così si è arrivati alla situazione attuale e la fine – deal o no deal – è alle porte.

No deal

I colloqui non sono stati aiutati dalla pandemia. I negoziati si sono svolti virtualmente, cosa che per i funzionari di entrambe le parti ha reso difficili i progressi, come hanno detto alcuni di loro alla CNN. Anche elementi della politica interna britannica hanno creato tensione: il governo ha introdotto una legislazione durante l’estate che violerebbe il trattato firmato con Bruxelles. Ciò ha persino attirato l’attenzione del presidente americano eletto, Joe Biden, il quale ha annunciato che non avrebbe approvato un accordo commerciale formale con il Regno Unito, se Londra avesse portato avanti questa politica. Tuttavia, le cose sembrano finalmente muoversi. I funzionari dell’UE ritengono che i colloqui stiano entrando nelle ore finali. L’incombente realtà di un fallimento senza accordo alla fine dell’anno, ritengono fonti di Bruxelles, ha acuito le menti di entrambe le parti. Un funzionario che lavora direttamente per il capo negoziatore dell’UE, Michel Barnier, ha detto alla CNN che i colloqui “devono essere conclusi ora. È ora o mai più”. Se i colloqui dovessero fallire il Regno Unito dovrebbe prepararsi al più grande shock economico di questo secolo. Ecco perché in molti pensano che sulla testa di Boris Johnson sia appesa una spada di Damocle a meno che entro la prossima settimana (cioè prima di Natale) non si raggiunga l’accordo che i più auspicano, da una parte e dall’altra della Manica. Non è dello stesso avviso il premier britannico però, tanto che la sua addetta stampa, Allegra Stratton, ha confidato alla BBC che, sebbene il primo ministro speri ancora in un accordo, non escluda che il Regno Unito starebbe bene anche senza.

Conseguenze

Se i colloqui dovessero terminare senza un accordo, come potrebbe essere il futuro della Gran Bretagna dopo la Brexit? Se non sarà concordato il deal con l’UE, il Regno Unito passerà automaticamente ai termini dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) dal 1 ° gennaio 2021. Ogni membro dell’OMC ha un elenco di tariffe e quote che applica ad altri paesi. Il Regno Unito dovrebbe applicare tariffe e quote alle merci che giungono dall’UE e Bruxelles applicherebbe tariffe e quote verso un “paese terzo”. Ciò significa che il Regno Unito sarebbe colpito da ingenti balzelli quando tentasse di vendere prodotti sul mercato dell’UE. Le tariffe medie dell’OMC per lUnione sono dell’11,1% per i prodotti agricoli, del 15,7% per i prodotti animali e del 35,4% per i latticini. Le case automobilistiche britanniche (come la Jaguar, la Land Rover e la Aston Martin) sarebbero colpite da una tariffa del 10% sulle esportazioni verso il Continente, che potrebbe ammontare a 5,7 miliardi di euro l’anno. Ciò aumenterebbe il prezzo medio di un’auto britannica venduta nell’UE di almeno 3.000 euro. Attualmente, il commercio tra il Regno Unito e l’UE è esente da dazi. Ma la Confederation of British Industry (CBI) prevede che con un no-deal il 90% delle esportazioni di merci del Regno Unito verso l’UE sarebbe soggetto a tariffe. Senza un accordo, il Regno Unito dovrebbe negoziare ogni volta le migliori condizioni con tutti i membri dell’OMC nel mondo, compresi i 27 Paesi UE.

Controlli

In caso di mancato accordo, l’UE inizierebbe a imporre controlli di frontiera sui prodotti del Regno Unito dal 1° gennaio 2021, causando code e ritardi. La Francia ha già fatto sapere che intende implementare immediatamente i controlli alle frontiere nei suoi porti in caso di mancato accordo. Il governo britannico ha stimato che dal 50% all’85% dei conducenti di autocarri non disporrebbe della documentazione necessaria per entrare nell’UE attraverso la Francia (fonti Washington Post). Per concludere anche l’OMC ha avvertito Johnson che le condizioni commerciali standard rallenterebbero la ripresa della Gran Bretagna dal coronavirus e che attenersi agli accordi attuali sarebbe meglio, per evitare ad esempio ripercussioni sul mondo del lavoro. Ma Johnson ascolterà?

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