Al gioco duro che arriva dalla Cornovaglia, Pechino risponde rilanciando ONU e multilateralismo

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(foto da profilo Twitter G7 UK)

Pechino in corsia di sorpasso non piace a Washington, quale che sia l’inquilino della Casa Bianca. La Cina, segnalano da tempo gli analisti, supererà gli Stati Uniti e diventerà la prima potenza economica mondiale, molto probabilmente nel 2028. Una sfida che va certamente affrontata con spirito competitivo, ma senza pretendere di vincere tagliando le gomme all’altro concorrente. Così al termine del G7 in Cornovaglia, Pechino ha avuto gioco facile nel denunciare la “manipolazione politica”. Con la pandemia di coronavirus ancora in corso, la comunità internazionale ha bisogno di unità e cooperazione, insistono i cinesi, piuttosto che di ristretti gruppi di potere che seminano divisione.

Via della seta

A quanto pare preoccupati per la portata e il successo della Belt and Road Initiative, i leader dei paesi economicamente più avanzati del pianeta hanno imbastito una controffensiva. La Nuova via della seta prevede investimenti in infrastrutture e comunicazioni sponsorizzati dal paese del Dragone? Gli si risponde con Build Back Better World (B3W), il piano infrastrutturale proposto da Biden. Naturalmente ci sta, ‘competition is competition’. Ovvero, come si diceva un tempo, chi ha più filo tesserà più tela. Interlocutori i paesi a reddito medio e basso, finora dimenticati dall’indifferenza occidentale come dimostra il caso vaccini.

Soft power

Il sistema del liberismo assoluto imposto al mondo da politici come Reagan e la Thatcher, ha determinato quella globalizzazione in cui Pechino ha saputo inserirsi con indubbia audacia e abilità. Un paese senza un passato coloniale da far dimenticare, che ha saputo entrare in contatto con l’aspirazione di maggiore prosperità di tanti paesi in via di sviluppo e con le ambizioni dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) a inserirsi nel gioco della competizione mondiale. È nato così il “soft power” del paese del Dragone. Il tutto mentre il paese progrediva anche al suo interno, tanto che il presidente Xi Jinping alla fine del 2020 ha potuto annunciare di aver sconfitto la povertà assoluta.

Asso

La competizione consente ovviamente qualche astuzia, ma in Cornovaglia si è deciso di passare al gioco duro. Contro Pechino è stato calato sul tavolo l’asso dei “diritti umani”. A senso unico, ça va sans dire. Nel mirino ci sono le questioni dei musulmani dello Xinjiang e di Hong Kong, ma anche Taiwan e il Mar Cinese meridionale. Tutte accuse che l’ambasciata cinese a Londra, in una nota, ha ribadito essere “infondate”. Un portavoce ha aggiunto: “Smettetela di calunniare la Cina, smettetela di interferire negli affari interni della Cina e smettetela di danneggiare gli interessi della Cina”.

Covid-19

C’è poi la vicenda delle origini del Covid-19. Un’indagine condotta da ispettori dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha escluso l’incidente in un laboratorio di Wuhan. Ma c’è chi, come aveva già fatto Trump, non ci vuole stare. E allora occorre politicizzare, per trovare un capro espiatorio. Il portavoce dell’ambasciata di Pechino in Gran Bretagna ha rimarcato: “I giorni in cui le decisioni globali erano dettate da un piccolo gruppo di paesi sono finiti da tempo. C’è solo un sistema e un ordine nel mondo, quello con le Nazioni Unite al centro e l’ordine basato sul diritto internazionale”.

Nazioni Unite

Anche il multilateralismo ha una declinazione precisa: è “basato sugli scopi e sui principi della Carta delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale”. Prevede “parità di trattamento, cooperazione e vantaggi reciproci” per tutti: “Paesi grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi”. Cosa che invece non accade con lo “pseudo-multilateralismo al servizio degli interessi di una piccola cricca o di un blocco politico”.

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