Odio via social, ex dipendente denuncia il ruolo di Facebook

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Facebook
(foto schermata da "60 Minutes" CBS)

Che nelle campagne d’odio scatenate via social ci fosse lo zampino o, quantomeno, la chiusura di un occhio – se non di tutti e due – da parte delle società che controllano i servizi di rete sociale era prevedibile. La conferma arriva da una testimone, che ha presentato la documentazione al Congresso degli Stati Uniti. Frances Haugen, 37 anni, che ha lavorato come product manager di Facebook, ha rivelato come la dirigenza di Menlo Park abbia dato priorità alla “crescita rispetto alla sicurezza. Ho visto ripetutamente conflitti di interesse fra quello che era buono per il pubblico e quello per che era buono per Facebook. E Facebook ogni volta ha scelto quello che era meglio per i propri profitti”.

Sicurezza

Secondo Haugen, intervistata su “60 Minutes” della rete Cbs, “c’era un piano di sicurezza” sui messaggi d’odio e sulla disinformazione. Ma, “dopo le elezioni presidenziali del 2020, qualcosa è cambiato”. Gli algoritmi sono stati modificati e il sistema è così diventato “meno sicuro”, finendo per favorire la diffusione dei messaggi sui presunti brogli. Haugen a proposito dell’assalto a Capitol Hill del gennaio scorso, ha sostenuto che Facebook ha contribuito ad alimentare la violenza. I responsabili della piattaforma fondata da Mark Zuckerberg stabilirono che con criteri di sicurezza troppo stretti, “le persone avrebbero passato meno tempo sui social”. E, quindi, “cliccato meno le inserzioni pubblicitarie”. Di conseguenza Facebook “avrebbe fatto meno soldi”. Insomma, teorie cospirazioniste o informazioni pseudo scientifiche sarebbero indispensabili per fare più profitti.

Contenuti

Su Instagram, social particolarmente diffuso tra i giovani, più si seguono i contenuti legati per esempio al disordine alimentare e più gli utenti “entrano in depressione. E questo – ha spiegato Haugen – porta a usare Instagram di più”. Facebook si è difesa sostenendo che la compagnia “continua a fare significativi miglioramenti per contrastare la diffusione di disinformazione e contenuti che possano danneggiare le persone. Sostenere che incoraggiamo i cattivi contenuti e non facciamo niente per fermarli non è vero”. Alla CNN, il vicepresidente degli affari globali di Facebook, Nick Clegg, ha affermato: “Penso che dia alle persone un falso conforto presumere che ci debba essere una spiegazione tecnologica per i problemi della polarizzazione politica negli Stati Uniti”.

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