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sabato, 13 Agosto 2022

Demonizzare la Cina non serve, lo dimostra la crisi del magnesio che piega le ginocchia all’UE

La globalizzazione colpisce ancora. E hai voglia a gettare la croce addosso alla Cina. Qualcuno pensa a Pechino come il capro espiatorio buono per tutte le occasioni. Sta di fatto che non si può volere tutto e il contrario di tutto. La crisi energetica degli ultimi mesi in Cina ha per esempio drasticamente ridotto la produzione di magnesio. Un metallo non raro, ma decisivo per molti comparti industriali a partire da quello dell’alluminio, indissolubilmente legato al settore automobilistico.

Cortocircuito

“Un cortocircuito paradossale – spiega Mauro Bottarelli su ‘Money.it’ – legato al carbone. Ovvero, si chiede ai Paesi che maggiormente utilizzano quel combustibile fossile di ridurne l’impiego, in ossequio alla lotta contro il cambiamento climatico”. Ma si tratta di “un’arma a doppio taglio, il cui effetto collaterale è un crisi di offerta di altri minerali fondamentali per l’industria”. Lo scompenso nell’offerta di magnesio ha determinato immediate difficoltà ai produttori di alluminio, che lo utilizzano per le leghe. A catena sono state coinvolte le case automobilistiche, già in affanno per la carenza di microchip.

Elon Musk

Nei giorni scorsi era stato il miliardario americano, Elon Musk, con uno dei suoi criptici tweet a segnalare l’ormai indissolubile legame economico con la Cina. Al di là di più sottili interpretazioni, l’aver rilanciato un’antica, particolare poesia cinese da parte dell’uomo più ricco del mondo è un segnale preciso. La produzione di magnesio si è sostanzialmente fermata in Cina tra settembre e ottobre. Il gigante asiatico ha dovuto fare i conti con l’impennata mondiale della domanda post Covid per tutti i suoi prodotti d’esportazione. Rispettare l’impegno a ridurre l’uso del carbone ha reso difficile tenere il passo, con la conseguenza di blackout elettrici ed energetici.

Dipendenza

Pechino produce il 90% del magnesio mondiale e l’Unione Europea ne è particolarmente dipendente. Circa il 95% viene dalla Cina. L’Associazione europea dei produttori di automobili (ACEA) ha lanciato l’allarme: “L’Europa esaurirà le scorte di magnesio entro la fine di novembre”. Inevitabili conseguenze: “carenze di produzione, chiusure di attività e perdita di posti di lavoro”. Il prezzo del magnesio è volato alle stelle, da circa 2 mila dollari per tonnellata a inizio del 2021, agli attuali 10/14 mila dollari.

Sospiro di sollievo

Per questo, segnala ancora l’analisi di Money.it, quando a Glasgow si è saputo che Pechino aveva “deciso un aumento della produzione di carbone da 1,1 milioni di tonnellate al giorno”, la notizia è “stata accolta quasi con un sospiro di sollievo, invece di suscitare riprovazione e sdegno”. Il magnesio è nell’elenco delle materie prime fondamentali per l’UE e la Commissione europea è impegnata nel valutare soluzioni a per affrontare questa dipendenza strategica. Tuttavia, è improbabile che la produzione europea decolli presto.

Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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