Caporalato: Viminale nella bufera, per la moglie indagata si dimette il capo dipartimento immigrazione

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(foto it.wikipedia.org)

Bufera politica sul Viminale per le dimissioni del capo dipartimento Immigrazione, il prefetto Michele Di Bari, che ha lasciato l’incarico a seguito dell’inchiesta della procura di Foggia sul caporalato in Capitanata in cui è indagata sua moglie, Rosalba Livrerio Bisceglia, socio titolare di un’azienda agricola, insieme ad altre quindici persone.

Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha accettato le dimissioni ma ciò non ha impedito che sulla vicenda si scatenassero immediate reazioni politiche: la Lega ha chiesto al titolare del Viminale di riferire subito in Parlamento, Fratelli d’Italia è tornato a chiederne le immediate dimissioni. Da parte sua il capo dipartimento Immigrazione ha tenuto a precisare che la moglie “ha sempre assunto comportamenti improntati al rispetto della legalità” e “nutre completa fiducia nella magistratura certa della sua totale estraneità ai fatti contestati”.

L’inchiesta per caporalato dei Carabinieri e della procura di Foggia ha portato all’arresto di cinque persone, due delle quali, i “caporali” appunto, in carcere. In carcere sono finiti due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, mentre nei confronti degli altri tre arrestati da parte dei carabinieri sono stati disposti i domiciliari. Per gli altri 11 indagati è scattato l’obbligo di firma. L’indagine, che ha interessato attività comprese tra luglio ed ottobre 2020, ha portato anche ad una verifica giudiziaria su oltre dieci aziende agricole riconducibili ad alcuni degli indagati. Stando agli inquirenti il volume d’affari delle aziende coinvolte nell’inchiesta era di circa cinque milioni di euro.

Dalle indagini dei carabinieri è emerso che le persone coinvolte nel blitz avrebbero utilizzato come manodopera decine di lavoratori africani per coltivare terreni agricoli di diverse aziende della Capitanata. Le condizioni erano di sfruttamento, approfittando anche del loro stato di bisogno, conseguenza delle condizioni di vita precarie, e dal fatto che vivevano in baracche e ruderi fatiscenti della baraccopoli dell’ “ex pista” di Borgo Mezzanone. Gli inquirenti avrebbero verificato che un cittadino gambiano di 33 anni, già coinvolto in una operazione contro il caporalato nei mesi scorsi, con l’aiuto di un senegalese di 32 anni, anch’egli domiciliato nell’ex pista, svolgeva il ruolo di “anello di congiunzione” tra i rappresentanti di dieci aziende agricole del territorio e i braccianti.

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