Draghi “guarda al Colle”. Prodi “può farcela subito o dopo”

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(foto governo.it)

Ormai è un segreto di Pulcinella, le manovre di Draghi sono tutte incentrate verso la corsa al Colle. Non è tanto questione di narcisismo ma di realismo, sarebbe una sorta di coronamento alla propria stellare carriera. Se poi non dovesse diventare capo dello Stato potrebbe restare a palazzo Chigi anche dopo le elezioni politiche del 2023, commissariando di fatto la politica. In poche parole i partiti con tutti i loro vecchi giochi non riusciranno a toglierselo di mezzo. Ora tutti puntano a inchiodarlo a palazzo Chigi, quasi sequestrandolo, in nome della governabilità nel difficile momento .Ma con l’avvicinarsi delle elezioni con conseguente aumento della conflittualità tra le singole forze anche per Draghi, che pur essendo Super-Mario non è un mago, sarebbe difficile andare avanti con scelte ambiziose. Meglio il Quirinale. Ora si aprono due strade o i partiti decidono subito su di lui alla prima votazione con quorum qualificato dei due terzi oppure potrebbero essere costretti a chiamarlo dopo votazioni andate a vuoto. Significativo il parere di Romano Prodi, confidato ad un amico ministro del Pd. “Se i partiti puntassero subito su Draghi potrebbero sempre sostenere di averlo scelto. Formalmente riaffermerebbero il primato della politica e potrebbero ripartire da lì’. Se invece decidessero di fare da soli e per qualsiasi motivo non riuscissero a chiudere la questione del Quirinale si troverebbero costretti ad andare da Draghi. Ma in quel caso sarebbe un’offerta successiva ad un fallimento. Per la politica sarebbe un disastro”. Il bivio è questo ed i partiti devono ben studiare il loro percorso. Un messaggio agli apprendisti stregoni, che da sempre si agitano nella corsa al Colle, la strada del premier non si esaurirebbe dopo la prima votazione. Lo stesso Berlusconi, che pure vuole provarci (con quanta sale convinzione è difficile dirlo) ha in mente un pianino B, da King maker. Se dovesse constatare nelle prime tre votazioni, come presumibilmente accadrà, di non avere soldati a sufficienza potrebbe decidere sdi dirottare tutta la su truppa, che con 450 voti potenziali, è pur sempre la più numerosa proprio verso Draghi. Sarebbe la certificazione che ancora oggi, 28 anni dopo la discesa in campo, il destino del paese lo decide lui. Non tanto una riabilitazione quanto l’affermazione definitiva della sua centralità politica. Ed eviterebbe a se stesso ed al paese una campagna di odio, che mal si concilierebbe con la delicata situazione dell’Italia sia sul fronte della pandemia che dell’economia. Al momento il meno entusiasta di Draghi al Quirinale appare Enrico Letta che sembra arrampicarsi sugli specchi. Per uscire dall’angolo i vertici del Pd sono tentati dal proporre al centrodestra l’elezione di un fozista. Non Berlusconi ovviamente, e nemmeno uno qualunque ma quello di Maria Elisabetta Alberi Casellati, presidente del Senato e, in passato membro del CSM. Un nome non casuale, il suo trasloco al Colle libererebbe la poltrona più importante di palazzo Madama, che a quel punto il Pd reclamerebbe per uno dei suoi. Sarebbe un evento nuovo e clamoroso. Il primo esponente del centrodestra e contemporaneamente la prima donna, ad arrivare lassù.

delle elezioni e cp

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