Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che potrebbe chiedere ai paesi europei di rilasciare le loro riserve di gasolio e nel contempo di valutare la possibilità di vietare le esportazioni statunitensi di diesel. Il tycoon, messo alle corde dall’Iran, pensa in questo modo di contenere i prezzi del carburante, volati alle stelle anche negli USA. Secondo i dati dell’associazione degli automobilisti americani AAA, il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è aumentato di oltre il 70%, raggiungendo i 6,39 dollari al gallone dall’inizio della guerra con l’Iran.
Rabbia
L’impennata ha alimentato l’inflazione e la rabbia dell’opinione pubblica, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre. Trump aveva già attribuito all’Ucraina e ai suoi attacchi alle raffinerie in Russia la responsabilità dei prezzi record del diesel negli Stati Uniti. Il segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha affermato che Washington ha fatto la sua parte nell’ambito dell’accordo raggiunto a marzo tra i membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) per lo sblocco di 172 milioni di barili di gasolio. “L’America sta facendo la sua parte”, ha dichiarato sui social media, “ci aspettiamo che i nostri alleati mantengano i loro impegni con i fatti”. Il commissario UE per il commercio, Maroš Šefčovič, ha dichiarato che le parti “hanno deciso di rimanere in stretto contatto per evitare qualsiasi sorpresa”.
Hormuz
Gli Stati Uniti sono un fornitore vitale di gasolio per il mondo ed esportano tra 1,2 e 1,5 milioni di barili al giorno. Anche se secondo gli ultimi dati degli analisti il petrolio sta tornando a uscire da Hormuz, il problema energetico non è affatto risolto, poiché la disponibilità di prodotti raffinati, soprattutto diesel, è ancora enormemente inferiore ai livelli normali. Potremmo trovarci di fronte non tanto a una crisi del petrolio greggio, quanto a una crisi della raffinazione e della logistica dei prodotti petroliferi. Dal 2009 l’Europa ha perso circa 30 raffinerie su un centinaio e la capacità di raffinazione è scesa per diversi fattori, dalla transizione energetica alle aspettative di minore domanda di benzina e diesel, a una crescente importazione di prodotti raffinati. Ma ora si devono fare i conti, oltre che con le nuove minacce di Trump, con meno prodotti raffinati mediorientali, con meno prodotti raffinati russi e la limitazione all’export della Cina. Il paradosso è che il mondo sembra avere bisogno di più diesel e non necessariamente di più petrolio. Il gasolio rappresenta quasi il 30% della domanda mondiale di derivati del petrolio.
Resilienza
Probabilmente occorreva una maggiore resilienza, mantenendo abbastanza capacità strategica per affrontare periodi di crisi. Insomma, conservare capacità produttiva anche se costa un po’ di più, perché serve quando il commercio internazionale entra in crisi. Energia e carburanti sono una componente della sicurezza, per questo sono strategiche capacità di raffinazione, stoccaggio e trasporto. L’Italia ha una posizione un po’ diversa dalla media europea, esiste ancora una capacità di raffinazione significativa con raffinerie relativamente moderne e la posizione mediterranea permette di ricevere petrolio e prodotti anche attraverso rotte diverse da Hormuz. Nel 2025 l’Italia, secondo dati della Banca mondiale, ha importato circa 54,7 milioni di tonnellate di greggio. Le principali provenienze, circa il 55%, sono state da Libia, Azerbaigian e Kazakistan. Ma il prezzo del diesel viene determinato dal mercato internazionale, non dal costo del barile libico che entra a una raffineria italiana. Quindi, se non dobbiamo aspettarci una carenza fisica di gasolio in Italia, potremmo invece avere prezzi elevati per parecchio tempo.
Ti piace questo articolo? Imposta in20righe come fonte preferita su Google.
Imposta in20righe come fonte preferita







