Prima del grande shock petrolifero innescato da Trump con la guerra all’Iran, la Cina era il maggiore importatore mondiale di greggio. Gli analisti hanno temuto che una affannosa caccia all’ultimo barile di petrolio disponibile da parte di Pechino avrebbe potuto incendiare i prezzi. Invece, la Cina si è mossa diversamente e ha ridotto le importazioni di greggio ai livelli più bassi degli ultimi dieci anni. E anche quando dall’estate ha ricominciato gli acquisti, lo ha fatto con estrema cautela e comunque a livelli molto inferiori del periodo pre-crisi di Hormuz.
Politiche
La resilienza cinese, affermano gli analisti, si è fondata sulle grandi riserve strategiche e sulle politiche energetiche volte a ridurre la dipendenza dal petrolio. È un cambiamento importante per il mercato mondiale del greggio, ma anche per quello dei prodotti raffinati, dato che la Cina possiede la più grande capacità di raffinazione del pianeta. Pechino ha potuto ridurre la domanda di petrolio senza provocare una parallela crisi interna dei carburanti, come accaduto negli USA e in Europa. Da un lato con la diffusione dei veicoli elettrici, secondo Foreign Policy, nei primi sei mesi del 2026 il parco elettrico cinese avrebbe evitato un consumo di circa 1,35 milioni di barili di petrolio al giorno. Dall’altro lato si è puntato sulle rinnovabili, ma anche sul carbone, destinato pure alla produzione di sostanze chimiche normalmente ottenute dal petrolio. Non si è trattato di una transizione “green” nel senso europeo del termine, quanto piuttosto di una strategia di sicurezza energetica.
Bloccato
Pechino ha accelerato su rinnovabili ed elettrificazione, ma continua a considerare il carbone una fondamentale fonte di assicurazione energetica. Insomma, se la Cina sta contribuendo a tenere sotto controllo la domanda mondiale di greggio, contemporaneamente sta restringendo l’offerta mondiale di prodotti raffinati. Per ottobre la Cina ha sostanzialmente bloccato le esportazioni di prodotti petroliferi verso il resto del mondo per proteggere il mercato interno, consentendole soltanto verso Hong Kong e Macao. PetroChina ha cancellato diverse spedizioni programmate di benzina e jet fuel. Anche Trump aveva preso in considerazione un divieto alle esportazioni americane di diesel, per cercare di abbassare il prezzo negli USA, ma ha rinunciato all’ipotesi dopo l’accordo del G7 per mettere sul mercato 100 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati. Il paradosso della crisi attuale è sta nella separazione di due prezzi che normalmente si consideravano come allineati: quello del greggio e quelli di benzina e diesel alla pompa, questi ultimi in realtà legati alla capacità delle raffinerie e alla quantità di prodotti che i grandi paesi esportatori decidono di mettere sul mercato. Ed è per questo che una decisione presa a Pechino può incidere sul prezzo del gasolio a Roma, Parigi o Berlino quasi quanto una decisione presa a Washington. Cina e USA, in un mercato globale in cerca di nuovi equilibri, sono i due grandi “rubinetti” e se oggi il Brent è intorno ai 102-103 dollari, la tensione sui prodotti raffinati resta per un tempo ancora non determinabile molto più pronunciata.
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