Pd "spaccato", Renzi "promette" ma Bersani and company non gli credono. Disertano voto per evitare il divorzio

. Politica

Ormai, se mai ce ne fosse stato nuovamente bisogno, emerge la realtà di un doppio Pd, che la pensa in modo diverso ed a volte opposto, un po' su tutto. Ma sono il refrednum e la nuova legge elettorale a scavare un solco che appare, almeno al momento, insuperabile.  Renzi pensa da tempo che legge elettorale e riforme centrino poco o nulla nel merito, ma che l'obiettivo di Bersani e D'Alema sia o di fare vincere il no e riprendersi il partito, oppure se dovesse vincere il si'  preparare una scissione, anche per potere conservare o riprendere il proprio posto in Parlamento, nell'unica Camera, che conterà. Il clima era quello da resa dei conti, nel quale pero' e' mancato per l'ennesima volta lo scontro finale. Infatti Bersani e la minoranza non hanno partecipato al voto sul documento finale. Facendo pero' chiaramente intendere di non essere d'accordo su nulla con il segretario-premier. Una mossa anche per prendere tempo, come spesso gli e' accaduto negli ultimi tempi, a Bersani. Che in direzione non ha nemmeno parlato, lasciando le spiegazioni della sinistra al giovane e fido, Roberto Speranza. Evidentemente, il furbo Matteo, ha subito notato che Bersani abbia scelto il Corriere anziché la direzione (cosa assolutamente impensabile nel vecchio Pci), per spiegare perché voterà no. "Abbiamo riunito la direzione - le parole di Renzi - perché abbiano scelto la democrazia interna  e non i caminetti dei big o presunti tali. Gli impegni con gli iscritti valgono di più del mal di pancia dei leader. Noi parliamo qui, noi", la sua conclusione con lo sguardo rivolto a Bersani. La lettura della minoranza e' che sia "tutto fuffa". Ed hanno lasciato trapelare la loro insoddisfazione a direzione in corso. "Renzi non ha mai voluto aprire una trattativa seria sulla legge elettorale senno' invece di fare chiacchiere l'avrebbe presentato in Parlamento. E li' aperto il confronto". Tra i due Pd l'incomunicabilità e' totale con un'assoluta mancanza reciproca di fiducia. Erano circa le sei del pomeriggio, quando Renzi, come tradizione in maniche di camicia, ha aperto il fuoco, con un attacco, duro, frontale, alla sua maniera, verso la minoranza. Ecco la proposta di Renzi: "Il Pd e' pronto a fare un discussione seria sulla legge elettorale. Naturalmente non possiamo farlo durante la campagna elettorale per il referendum, ma subito dopo, nelle prime due settimane successive alla consultazione popolare". Il tutto da affidare ad una commissione composta dal vice segtretario, i due capigruppo, il presidente ed un esponente della minoranza". Ma per la sinistra interna l'annuncio di Renzi non offre sufficienti garanzie. Cuperlo e' stato tra i più duri chiedendo un accordo "subito". Altrimenti ha annunciato che voterà no, ma dimettendosi da deputato. A Speranza e' toccato il compiuto più difficile, quello di contrastare, cercando argomenti che non somiglino troppo ad un alibi, il segretario. "Se vogliamo cambiare davvero l'Italicum dobbiamo mettere in campo un'iniziativa del Pd, con la spinta del governo. Penso che la proposta che hai fatto - ha spiegato guardando negli occhi il premier - non sia sufficiente, perché ancora sconta questa debolezza!. Tutto sembra, come ormai avviene da quando Renzi e' segretario, rinviato al prossimo appuntamento, aspettando quel referendum, che comunque vada aprirà un nuovo mondo politico. Come ha ricordato lo stesso Speranza una parte del popolo del Pd, quello che si ispira alla sinistra, e' pronto a votare no. Certo non sarà questa direzione a fare cambiare idea a qualcuno. L'impressione anche con sondaggi alla mano e' che se Renzi vorra' vincere dovrà riuscire a prendere molti si', oltre che dai suoi che comunque sono a livello elettorale la grande maggioranza, anche un po' dalla destra, per compensare la prevista emorragia. Insomma i l'avversario più ostico per Renzi e' annidato dentro il suo stesso partito.

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