Pd, tutto nelle mani di Renzi. La minoranza detta le condizioni per non rompere

. Politica

ll  futuro del Pd così come lo conosciamo adesso è tutto nelle mani di Matteo Renzi. A poche ore dal'Assemblea nazionale la minoranza, tutta insieme riunita in un teatro romano, ha dettato le condizioni al segretario perchè sia evitata la scissione che nei contenuti è già avvenuta. Per la rottura formale e la nascita di un Pd diviso in due tronconi, secondo la minoranza, basta solo che il segretario non accetti le richieste formulate oggi in un clima barricadero, di sfida e sulle note di una resuscitata 'Bandiera rossa': la convocazione già da domani di una conferenza programmatica, congresso e primarie in autunno, impegno a sostenere il governo Gentiloni e quindi elezioni non anticipate ma alla scadenza naturale della legislatura, all'inizio del 2018. Insomma una decisa frenata nella road-map immaginata da Renzi, un 'pacchetto' quello confezionato e spedito a Renzi da Bersani, Emiliano, Rossi, Speranza - tutti in prima fila al teatro Vittoria - che il vice-segretario Guerini ha già bocciato definendolo un "ultimatum inaccettabile". Ma... c'è un ma. Che è la controproposta, l'ultima offerta di compromesso lanciata alla mnoranza dal presidente del partito Matteo Orfini via Facebook. "Se davvero Renzi è il vero problema di questo partito - scrive in un lungo post Orfini - non possiamo deciderlo io, Bersani e D'Alema. Spetta alla nostra comunità valutarlo. È per questo che serve un congresso. Una soluzione credo possa essere di dedicare la prima parte del congresso - da quando viene indetto a quando si presentano le candidature - a una profonda discussione programmatica da svolgere in ogni federazione. Il tempo c'è, la volontà politica anche, mi impegno personalmente a garantirlo. Se lo vogliamo, possiamo andare avanti insieme". Ecco, andare avanti insieme. Sembra ormai un'ipotesi irrealistica tanto sono contrapposti e avvelenati i due fronti ma in politica mai dire mai. E Renzi deve ancora dire l'ultima parola. Lo farà domani al Parco dei Principi, ma per ricompattare un partito profondamente diviso, visto il caratterino che ha, deve dimenticare gli attacchi e le frecciate lanciatigli oggi dal governatore pugliese, che si è candidato a sostituirlo. Emiliano gli ha ricordato i comportamento di Bersani: "Per superare un momento di difficoltà del Pd lui si è dimesso, mettendo la comunità davanti alla persona. E’ grazie a quel gesto se il partito è sopravvissuto e Matteo si è potuto candidare a segretario e poi arrivare a palazzo Chigi". "Ora invece il Pd - ha detto Emiliano dal palco - è al capezzale di una sola persona. Matteo si può ancora convincere che è meglio se non lo fa più il segretario, che i partiti non servono per prendersi a botte...Non rinuncio al Pd per l’arroganza e la prepotenza di chi pensa di cancellare tutto per calcolo politico o perché non gli conviene. E pensate che allo scorso congresso io l’ho sostenuto. Scusatemi…" (ovazione dalla platea).

©in20righe - RIPRODUZIONE RISERVATA




«Nessuno pretende che si ritiri come Cameron, ma deve saltare almeno un giro». L’afflato verso il governo Gentiloni, che poi è la fotocopia del precedente, significa questo: «Vogliamo una conferenza programmatica per ridisegnare il profilo del Pd e accorciare le distanze tra noi», incalza Emiliano. «E magari da quell’appuntamento viene fuori un nome unitario per la leadership…». Tutti tranne Renzi, naturalmente.  

Potrebbero interessarti:

I commenti sono chiusi