Con la guerra in Ucraina verso un mondo deglobalizzato. Sicuramente più autarchico e con nuove sfere d’influenza

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(foto Thirdman da Pexels)

La guerra in Ucraina è una tragedia umanitaria, ma quasi certamente anche l’inizio dell’era della deglobalizzazione. Bombe e sanzioni hanno sancito nei fatti la fine della globalizzazione. Quel fenomeno su scala mondiale, verificatosi a cavallo tra XX e XXI secolo, quando l’intensificazione degli scambi economico-commerciali e degli investimenti internazionali ha creato una eccezionale interdipendenza tra le economie del pianeta. E anche una, probabilmente illusoria, interdipendenza politica, sociale e culturale.

Catene

La nuova sorprendente guerra in Europa, seguita a due duri anni di pandemia, ha totalmente scompigliato le carte. Interruzioni nelle catene degli approvvigionamenti, aumento dei costi, carenze di materie prime e beni essenziali stanno trasformando rapidissimamente in un incubo la nostra realtà quotidiana. La globalizzazione aveva già mostrato i suoi limiti con la grande crisi finanziaria del 2008 e del 2009. Con il lento progresso dei PIL, l’occidente ha visto nascere il populismo e le politiche economiche protezionistiche. Al trumpismo poi si è aggiunta l’amara consapevolezza che la globalizzazione non aveva mantenuto – se non molto parzialmente – la promessa di sollevare gli abitanti della Terra dalla povertà. Anzi. Nelle società industrializzate la disuguaglianza è aumentata. La globalizzazione economica ha prodotto dei vincitori, ma anche molti – troppi – perdenti.

Ceto

Se in alcuni paesi emergenti significative fasce di popolazione sono diventate ceto medio e hanno visto aumentare il loro tenore di vita, nei paesi sviluppati si è pagato caro in termini sociali il trasferimento, la delocalizzazione dei posti di lavoro verso in paesi a costo più basso della manodopera. Inoltre, le multinazionali hanno esternalizzato le produzioni più “sporche” verso i paesi in via di sviluppo, contribuendo così a far crescere le questioni ambientali. Insomma, il quadro tratteggiato a colori sgargianti si è via via concretizzato in una luce fosca. Poi è arrivata la pandemia da coronavirus che alle drammatiche conseguenze sanitarie ne ha aggiunte di estremamente pesanti sul piano economico. Lockdown, carenze, accaparramenti hanno fatto comprendere la necessità di accorciare le catene di approvvigionamento.

Pelle

Sulla pelle dei soliti noti si è dimostrato che era indispensabile riportare sotto casa la produzione di beni e delle tecnologie chiave. Magari perdendo qualcosa sull’economicità di un prodotto fabbricato chissà dove, ma guadagnando in sicurezza dell’offerta e sulla possibilità di avere scorte sufficienti in modo indipendente. La scoperta della resilienza, i bazooka finanziari e i tassi bassissimi ci avevano illuso di poter vedere la luce in fondo al tunnel. Magari costruendo anche la transizione verso un’economia più rispettosa dell’ambiente. È arrivata però la doccia fredda dell’invasione russa dell’Ucraina. Un vero choc. Con l’Europa che ha vista certificata la dipendenza dall’energia fossile dalla Russia e il mondo intero dai prodotti agricoli di Russia e Ucraina. Sui tentativi di ripresa dalla pandemia è così piovuta l’inflazione. I prezzi impazziti che si abbattono sui consumatori.

Carestia

La carenza e i prezzi elevati dei generi alimentari non si faranno sentire solo nei paesi ad alto reddito, ma anche in quelli in via di sviluppo. E per paesi come l’Egitto, fortemente dipendenti dall’import di farina e olio a basso costo, questo potrebbe portare alla carestia. Improvvisamente l’obiettivo è diventato quello di ridurre le dipendenze economiche, soprattutto da quelli meno affini. Si determineranno nuove sfere d’influenza e magari una nuova Guerra fredda tra due distinti blocchi geopolitici ed economici. Da un lato i paesi democratici a economia di mercato (Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud, Oceania, Nord e Sud America) e dall’altro il blocco degli stati autocratici (Cina, Russia e i loro più importanti partner commerciali). Tutti abbiamo la sensazione che qualcosa di fondamentale stia cambiando. Ora come ora i pezzi del puzzle non sono ancora stabilmente al loro posto, ma è chiaro che nuovi equilibri diventeranno presto evidenti. E quasi certamente sarà deglobalizzazione.

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