
I raid aerei con cui Israele continua a colpire le basi missilistiche e i depositi di armi di Hezbollah in Libano provocando anche vittime civili (oltre 500 i morti per gli attacchi, mezzo milione i libanesi in fuga verso Nord) potrebbero diventare a breve la copertura per l’ingresso di truppe di terra dello stato ebraico nel paese confinante. Un’escalation con precedenti nelle due ‘guerre’ del 1982 e del 2006. I generali dell’esercito con la stella di David avrebbero invitato i soldati a “tenersi pronti” all’invasione via terra, un’eventualità però definita “non imminente” da Washington che ha comunque disposto l’invio di un contingente di soldati americani a Cipro – come ha fatto la Gran Bretagna – per tenersi pronti all’evacuazione dal Libano impartito ai propri concittadini. Al terzo giorno di raid aerei israeliani sul Libano e di massicci invii di missili e droni sul nord di Israele da parte del ‘partito di Dio’ che è rifornito e sostenuto dall’Iran – oggi hanno risuonato le sirene anche a Tel Aviv per un razzo di Hezbollah – in un Medio Oriente in fiamme, non arriva ancora nessuna buona notizia circa lo stop alle ostilità. Anzi: oggi lo stesso Joe Biden ha evocato il rischio di una “guerra totale” in quest’area accennando però a qualche residua speranza nutrita dalla Casa Bianca per il raggiungimento di una tregua: insomma Biden non ha rinunciato al sogno di uno stop all’escalation bellica in M.O. pilotato dagli Usa, un riferimento a qualcosa di ancora impalpabile interpretato da molti come l’asso nella manica che l’anziano presidente vorrebbe tirar fuori a poco più di un mese dal voto che deciderà il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca.
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