
I Curdi rischiano di perdere Rojava, il ‘focolare’ di patria curda nella Siria nord-orientale. Le forze armate del neo presidente siriano, l’islamista Ahmad al-Shara che ha spodestato il regime degli Assad, da inizio gennaio marciano a tappe forzate e hanno posto sotto assedio l’area a maggioranza curda, con l’appoggio della Turchia. Un precario cessate il fuoco è stato raggiunto con la mediazione dell’inviato speciale USA, Tom Barrack. Le Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda, alleate della coalizione internazionale che ha combattuto in Siria contro lo Stato Islamico, hanno dovuto abbandonare il controllo di aree strategicamente importanti conquistate durante i 14 anni di guerra contro i terroristi islamisti.
Patria
Il popolo curdo è uno dei più grandi gruppi etnici al mondo senza una propria patria, 30-40 milioni di persone vivono disperse tra quattro paesi: Turchia, Iran, Iraq e Siria, con significative comunità anche in Europa e in Germania in particolare. In seguito alla sconfitta dell’Impero ottomano nella Prima Guerra mondiale il trattato di Sèvres del 1920 aveva previsto uno Stato curdo, ma Francia e Gran Bretagna non mantennero la promessa. Nel 2012, nel contesto della guerra civile siriana, è sorta la regione autonoma di Rojava. Un “esperimento politico”, dice l’intellettuale curdo Jan Ilhan Kizilhan sul media network Rudaw, che “è diventato un bersaglio. Rojava ha oltrepassato una linea rossa. Ha dimostrato che è possibile un ordine al di là dei modelli statali autoritari: plurale, multietnico, paritario e partecipativo”, con un ruolo centrale delle donne sconosciuto nel Medio Oriente. “Questa alternativa sociale, ha reso il Rojava pericoloso per attori il cui potere dipende dall’omogeneità, dal controllo e dalla paura”.
Geopolitica
Nella Siria del post Bashar al-Assad, il presidente Ahmad al-Shara, ovvero quell’Al-Jolani ex leader gruppo armato jihadista Fronte al-Nuṣra, intende ripristinare l’unità territoriale e amministrativa . E il Rojava non si adatta più al futuro ordine regionale e agli accordi di potere geopolitici. L’inviato USA Barrack, nell’ammettere che le SDF siano state “il partner sul campo più efficace” nella sconfitta dell’ISIS, ha però affermato: “La loro missione originaria è ormai scaduta”. Gli ex alleati occidentali dei curdi puntano allora alla realizzazione degli impegni assunti tra SDF e governo di Damasco nell’estate scorsa, per l’accorpamento di tutte le istituzioni civili e militari curde nell’amministrazione dello Stato e nell’esercito siriano. Ma la leadership curda ha accusato il governo di Damasco di ignorare i diritti delle minoranze etniche e religiose nella riorganizzazione della Siria dopo la guerra civile.
Governance
A inizio anno Ahmad al-Shara ha pensato di raggiungere l’obiettivo con la forza a partire dall’assalto all’enclave curda di Aleppo. Ora è arrivato l’incerto cessate il fuoco e in un incontro tra il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, e Barrack si è cercato di individuare un quadro per ridefinire le relazioni tra curdi e Damasco. L’area del Rojava entrerebbe a far parte dello Stato siriano, con i curdi che manterrebbero la governance locale. I combattenti delle SDF verrebbero integrati nell’esercito siriano, riorganizzati in tre divisioni comandate da ufficiali curdi. A Davos il presidente Trump ha rimarcato: “Mi piacciono i curdi. Andiamo d’accordo con i curdi e stiamo cercando di proteggerli”. Dal Kurdistan iracheno, la regione semi-autonoma curda riconosciuta costituzionalmente da Bagdad, il premier Masrour Barzani, presente al World Economic Forum, ha chiesto il sostegno internazionale per porre fine alla violenza contro i curdi in Siria e creare lo spazio per un’intesa politica duratura.
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