Sanità: gli infermieri nel mirino della violenza. Primo rapporto FNOPI, “da eroi del Covid a vittime invisibili”

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FNOPI
(foto JESHOOTS.COM on Unsplash)

Il 32,3% degli infermieri italiani, pari a circa 130 mila professionisti, ha subito nell’ultimo anno atti violenti durante i turni di lavoro. Ma ben 125 mila casi sono rimasti ‘sommersi’. Nel 75% degli episodi le vittime sono state donne. È quanto emerge dalla ricerca CEASE-it (Violence against nurses in the work place) condotta da otto università italiane (capofila l’Università di Genova) su iniziativa della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI).

Numeri

Numeri impressionanti e vicende che spesso non vengono neppure denunciate, perché ormai sono percepite dagli stessi infermieri come dinamiche connaturate alla professione. Ogni anno l’Inail registra 11 mila casi di violenza denunciati come infortuni sul lavoro. Di questi 5mila coinvolgono personale infermieristico. In molti casi pesa la carenza di infermieri negli organici. Un’assistenza efficiente la si ha con un rapporto infermiere/paziente di 1 a 6. Allo stato attuale il rapporto è 1 a 12. Secondo FNOPI, in base agli standard previsti, occorrerebbe aumentare l’attuale organico con 70 mila nuovi infermieri. Per comprendere le drammatiche proporzioni del problema, è utile un raffronto: il 46% degli infermieri ha subito violenze durante l’esercizio della professione. I medici si attestano al 6%. Senza dimenticare che il 10,8% di chi ha subito violenza presenta danni permanenti a livello fisico o psicologico.

Usuranti

“Per restituire dignità all’attività professionale e per garantire la sicurezza degli infermieri durante l’orario lavorativo – afferma Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI – è urgente inserire la professione tra le categorie usuranti”. La professoressa Annamaria Bagnasco, dell’Università di Genova, coordinatrice della ricerca, spiega: “Lo studio ha dimostrato che gli infermieri conoscono i tratti e le caratteristiche di un potenziale comportamento di aggressione fisica o verbale. Tuttavia, per varie ragioni non riescono a intercettare e prevenire questi episodi”. Una delle concause dimostrate dallo studio, è la comunicazione inadeguata che avviene tra il personale e l’assistito e/o l’accompagnatore.

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