L’Angola lascia l’OPEC, un colpo al gruppo dei produttori di petrolio guidato dall’Arabia Saudita. Luanda, tagli danneggiano nostra economia

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OPEC
(foto account FB Ministério dos Recursos Minerais, Petróleo e Gás Angola)

L’Angola lascia l’OPEC, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio che vede come capofila l’Arabia Saudita. È un duro colpo per il gruppo, che ha scelto la politica dei tagli alla produzione del greggio per sostenere i prezzi. L’Angola è il secondo produttore dell’Africa subsahariana subito dopo la Nigeria, la sua quota è di circa 1,1 milioni di barili al giorno, sui 30 milioni dell’intero OPEC.

Difesa

La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri, guidato dal presidente della Repubblica dell’Angola, Joao Lourenco. Il ministro angolano delle Risorse minerarie, del petrolio e del gas, Diamantino de Azevedo, ha parlato di una decisione “debitamente ponderata”. “Crediamo che in questo momento l’Angola non guadagni nulla restando nell’Organizzazione. In difesa dei suoi interessi ha deciso di uscirne”. Luanda, ha ricordato il ministro, ha sempre adempiuto ai suoi obblighi e si è sempre battuta affinché l’OPEC si modernizzasse e aiutasse i suoi membri a ottenere vantaggi. Ma “quando i nostri contributi, le nostre idee non producono alcun effetto, la cosa migliore è ritirarsi”.

Mattei

L’Angola aveva aderito all’OPEC nel 2006. L’OPEC è un’organizzazione intergovernativa con sede a Vienna, fondata nel 1960 per rispondere allo strapotere delle cosiddette “Sette sorelle”. Locuzione coniata dal fondatore dell’ENI, Enrico Mattei, per indicare le grandi compagnie mondiali che dominavano la scena petrolifera dopo la Seconda Guerra mondiale. Attualmente gli Stati membri OPEC controllano circa il 79% delle riserve mondiali accertate di petrolio, circa il 35% di quelle di gas naturale e forniscono il 39% della produzione mondiale di petrolio e circa il 16% di quella di gas naturale.

Cartello

Le strategie di cartello dell’OPEC esercitano una grande influenza sui prezzi globali del petrolio. A novembre scorso i Paesi del cosiddetto cartello allargato OPEC+, che comprende anche la Russia, hanno stabilito di ridurre ulteriormente la produzione di petrolio nel 2024, per sostenere la volatilità dei prezzi. Il ministro de Azevedo ha rimarcato: anche “l’Angola sarebbe costretta a tagliare la produzione e questo va contro la nostra politica di evitare il declino dell’estrazione e di rispettare i contratti”. Secondo l’agenzia di stampa AFP anche la Nigeria non sarebbe soddisfatta della richiesta di tagliare la produzione, in un momento in cui come l’Angola ha bisogno di aumentare le entrate in valuta estera.

Ucraina

Altri produttori di medie dimensioni come Ecuador, Qatar e Indonesia hanno già lasciato l’OPEC. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, i prezzi del petrolio sono aumentati vertiginosamente, raggiungendo anche oltre i 120 dollari al barile nel giugno dello scorso anno. Sono scesi poco sopra i 70 dollari al barile nel maggio di quest’anno. Le esportazioni di petrolio e gas sono la linfa vitale dell’economia dell’Angola. Impegno politico fondamentale del presidente angolano, Joao Lourenco, è comunque quello di superare la dipendenza dal petrolio, con un preciso programma di riforma e di diversificazione dell’economia. Nella fase di transizione verso il rilancio dell’agricoltura, la realizzazione di infrastrutture e le energie rinnovabili, le entrate energetiche restano tuttavia decisive. Importante la presenza italiana nel Paese dell’Africa australe, con ENI che opera tramite la joint venture Azule Energy con BP, il più grande produttore indipendente di petrolio e gas dell’Angola.

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