Autonomia, primo sì al referendum. Spaventa la Meloni ma soprattutto la Schlein

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(foto governo.it + European Union da it.wikipedia.org)

Via libera della Cassazione, ora la Consulta. La decisione finale sul quesito abrogativo entro il 30 gennaio. Via libera anche ad altri quesiti tra cui quello che chiede il dimezzamento da 10 a 5 anni dei tempi di residenza in Italia per avere la cittadinanza e per quelli abrogativi o parzialmente abrogativi in tema di Job act, contratti a termine ed appalti.

Parte subito la protesta del Pd, la segretaria Schlein “il governo si fermi, riforma da abrogare”. Semplice la risposta della Meloni “ non andare votare”, anche se il presidente del Senato La Russa, propone di abbassare il quorum al 40%. Ma si tratta di una modifica costituzionale chiaramente inattuabile per il tempo necessario.

Per i leghisti Zaia e Calderoli l’Autonomia e’ una legge da attuare, ed è anche una delle loro basi programmatiche fin dalla costituzione del governo.

Sarà una partita decisiva del 2025 insieme alle elezioni in Veneto e Campania per la tenuta della maggioranza. Da una parte la Meloni che in caso del raggiungimento del quorum con conseguente inevitabile sconfitta rischierebbe di doversi dimettere con elezioni anticipate, dall’altra la Schlein che senza quorum rischia un fragoroso flop.

Il quorum è difficile ma non impossibile e sicuramente lo scontro tra maggioranza ed opposizione si concentrerà nei prossimi mesi con l’informazione che sarà fornita dalle tv ai quesiti referendari.

C’è da osservare la grande visibilità internazionale della Meloni, valutata prima da Politico eu come donna più potente d’Europa e poi da Forbes come terza al mondo dietro von der Leyen e Lagarde. Ma questo non sposta il gradimento generali degli italiani, con sondaggi che a parte pochi decimi si equivalgono di settimana in settimana. Con la Meloni sempre saldamente in testa ma con la Schlein che la tallona con un partito che ha ripreso vigore.

Quando si rivoterà per le politiche, probabilmente alla scadenza naturale del 2027, centrodestra e centrosinistra saranno separati da pochi voti. Determinanti i centristi, non tanto i partiti di centro, che alla fine si schiereranno. Ma su quali partiti di centro, quelli più a sinistra o destra, voteranno gli stessi elettori di centro.

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