Shock gasolio: Meloni deve fare i conti con le categorie sul piede di guerra. La richiesta è di nuovi bonus, a spese dei soliti tartassati

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Gasolio
(immagine generata con AI/Google Gemini)

Autotrasportatori, magistrati e chi più ne ha più ne metta. Nel mondo portato all’impazzimento dalle scelte di guerra di fatto ed economiche volute da Trump e dal suo gregario Putin, siamo in pieno paradosso italiano. Un paese governato dalla destra nel pieno dello shock gasolio, deve fare i conti con le categorie economico-sociali che l’hanno votata e che chiedono nuovi aiuti statali per difendere le loro rendite di posizione. A scendere sul piede di guerra è quella parte del sistema economico che combina la protezione corporativa e i vantaggi fiscali, con la capacità di ottenere importanti trasferimenti pubblici attraverso la mobilitazione.

Base

Gruppi che già godono di regimi fiscali agevolati, chiedono di ottenere ulteriori bonus pubblici, mentre i lavoratori dipendenti e i pensionati, che non possono sottrarsi al prelievo alla fonte, non recupereranno mai il potere d’acquisto perduto. Settori che tradizionalmente costituiscono una parte importante della base elettorale della destra (autotrasportatori, tassisti, commercianti, artigiani e piccoli imprenditori) chiedono da sempre insistentemente la riduzione delle tasse, la limitazione dell’intervento pubblico e una maggiore autonomia economica. Poi però quando i margini di guadagno si comprimono – come a causa dello shock gasolio – oltre a rivalersi sui consumatori, chiedono allo Stato di intervenire con agevolazioni, ristori e aiuti. Il potere di interdizione di una categoria può trasformare una rivendicazione settoriale in un problema nazionale. Storicamente a pagarne tragicamente le conseguenze sono state soprattutto esperienze progressiste, come quella di Allende in Cile martoriata dallo sciopero dei camionisti.

Lotta

Oggi in Italia non siamo di fronte a un governo progressista, ma al governo Meloni. Eppure le categorie che pretendono l’accesso a risorse pubbliche hanno scelto la lotta dura. E il governo di destra – che ha sempre sventolato la bandiera di meno tasse, meno vincoli e maggiore autonomia alle imprese – si ritrova sotto pressione. Una situazione drammatizzata dalla questione fiscale. Il regime della flat tax, voluto da Salvini, consente a molti autonomi di beneficiare di un’imposizione di favore, mentre i lavoratori dipendenti sottoposti alla ritenuta alla fonte non possono ridurre legalmente il proprio imponibile. Insomma, in un sistema nel quale alcuni contribuenti possono beneficiare di regimi agevolati, si assiste da parte degli stessi soggetti alla contemporanea, pervicace richiesta di bonus e trasferimenti pubblici.

Magistrati

Una contraddizione che, con altre caratteristiche, attraversa anche il pubblico impiego. I magistrati beneficiano di un meccanismo legale di adeguamento retributivo automatico, giustificato dall’esigenza di tutelarne l’indipendenza, mentre gli altri dipendenti pubblici devono attendere i rinnovi contrattuali, spesso ultra ritardati e con il costo delle giornate di sciopero. Le possibilità di proteggere il reddito dall’inflazione sono quindi profondamente differenti. C’è poi un altro paradosso: dipendenti e pensionati, le rare volte che vedono un aumento dei loro redditi nominali, devono sottostare alla beffa del fiscal drag. Gli aumenti per compensare l’inflazione, non trovano corrispondenza negli scaglioni e nelle detrazioni, così il prelievo fiscale reale aumenta, depotenziando il potere d’acquisto. La questione politica è evidente e si imporrà in campagna elettorale, alla destra così come al campo largo.

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