
Gli italiani non ritengono che la loro Costituzione possa essere cambiata a colpi di maggioranza e difendono le sue fondamenta democratiche e di libertà. La vittoria del NO nel referendum costituzionale sulla giustizia ha confermato la “legge dei 10 anni”. Con le loro proposte fortemente modificative della Carta, già si erano bruciati le penne Berlusconi, nel 2006 con la devolution e il premierato, e Matteo Renzi, nel 2016 con il superamento del bicameralismo perfetto. Nel 2026 è toccato a Giorgia Meloni e alla separazione carriere.
Octroyée
Al di là del merito specifico della riforma della giustizia, era evidente la volontà di un cambiamento radicale – che a molti aveva fatto temere future svolte trumpiste o orbaniane – imposto da un governo guidato per la prima volta nella storia della Repubblica da un partito erede di una tradizione politica estranea all’arco costituzionale. Il governo Meloni ha puntato su una riforma della giustizia che toccava la carne viva della separazione dei poteri, principio fondamentale della democrazia liberale e dello Stato di diritto. E lo ha fatto con uno stile quasi “octroyée”, non consentendo al Parlamento di discutere mai neanche la punteggiatura del testo della riforma. Quasi inevitabile alla fine – nonostante la pressione della propaganda – che la legge, secondo quanto previsto dall’articolo 138 della Costituzione, non venisse “promulgata”, poiché “non approvata dalla maggioranza dei voti validi nel referendum” confermativo.
Arroganza
E’ stata molto netta la capofila del fronte del NO, la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, si è trattato di una vittoria “per il diritto al futuro di questo paese e delle nuove generazioni e per costruire insieme nei prossimi mesi l’alternativa. È stato un NO a una riforma sbagliata e dannosa, che alterava l’equilibrio dei poteri sancito dalla nostra Costituzione, ma anche un no all’arroganza di questo governo, che voleva cambiare la Costituzione da solo e che ha blindato la riforma, senza accettare che venisse cambiata nemmeno una virgola nella discussione parlamentare. La Costituzione non è di una parte, la Costituzione è di tutti”.
Priorità
Schlein segnala: “Non è stato un voto di conservazione, anche il voto dei giovani lo dimostra, ma la consapevolezza che non ogni cambiamento migliora la vita dei cittadini. Questo ci dà una grande responsabilità e noi ci faremo carico di ascoltare il paese nel profondo. Di ascoltare quali sono le priorità e di proporre delle riforme che migliorino davvero la vita di tutti. Anche sulla giustizia, perché anche la giustizia si può e si deve migliorare, ma non migliora mettendo i giudici sotto il controllo del governo”. Per la segretaria dem: “Dal voto di oggi da questa straordinaria partecipazione democratica, una partecipazione anche inattesa per certi versi, arriva un messaggio politico chiaro”: bisogna “ascoltare il paese e le vere priorità: dalla sanità pubblica ai salari troppo bassi, dal carovita e caro energia alle politiche industriali per far ripartire l’economia”. Il voto manda un messaggio anche alle forze che intendono costruire l’alternativa al governo Meloni: “Gli italiani difendono la propria Costituzione antifascista e vogliono una politica che la rispetti. Il paese chiede un’alternativa – afferma Schlein – e noi abbiamo la responsabilità di organizzare questa speranza. C’è già una maggioranza alternativa al governo. Lavoreremo con le forze della coalizione progressista per costruire l’alternativa. Vogliamo costruire una proposta che sia all’altezza delle sue aspettative, dei suoi bisogni dei suoi desideri e anche delle sue priorità costituzionali”.
Ti piace questo articolo? Imposta in20righe come fonte preferita su Google.
Imposta in20righe come fonte preferita