Black bloc ancora in azione. Inutili leggi speciali della destra, per garantire sicurezza far convergere attività di ordine pubblico e intelligence

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sicurezza
(foto Andrea Satta da commons.wikimedia.org)

Black bloc di nuovo in azione e la violenza torna in primo piano, così come la domanda di sicurezza. Violenza pura, che poco ha a che fare con i motivi delle manifestazioni in cui i casseur si inseriscono. Dissenso, protesta sono una cosa, le frange che praticano sistematicamente comportamenti violenti e illegali un’altra. Gli insurrezionalisti venerano e coltivano la violenza come mezzo per colpire lo Stato e delegittimarne le istituzioni. Esistono reti antagoniste consolidate, con capacità di mobilitazione nazionale e internazionale e una rodata strategia di inserimento all’interno di manifestazioni più ampie. Non si tratta di un’organizzazione gerarchica, ma di un metodo di azione collettiva.

Bombe carta

Che gli eventi siano annunciati con anticipo o siano istantanei, gli estremisti possono contare su una fitta trama di centri sociali, collettivi, gruppi anarcoidi, reti internazionali di attivisti dalla Francia alla Grecia, con significativi contatti con il mondo hooligan e con il teppismo diffuso. Nelle ore immediatamente precedenti agli scontri, costoro si mescolano a cortei e proteste, cosa che rende difficile distinguerli dagli altri manifestanti. Solo al momento opportuno assumono il tipico abbigliamento e si coprono il volto. Oggetti di uso comune vengono assemblati sul posto e impiegati come strumenti offensivi. Mentre molotov, bombe carta ad alta potenza, razzi artigianali, fionde e altro materiale offensivo viene trasportato distribuito tra molte persone. Che il terreno si una piazza urbana o un’area boschiva, come a Chiomonte, piccoli gruppi avanzano, effettuano l’attacco e poi si ritirano dietro la massa dei manifestanti.

Stato di diritto

Dal punto di vista penale resta complessa l’individuazione delle responsabilità dei singoli, perché non basta essere presenti a una manifestazione violenta per essere arrestati o condannati per il lancio di ordigni. Nello stato di diritto – che ci si augura venga ancora il più a lungo possibile assicurato – occorre poter attribuire con sufficiente certezza una specifica condotta a una determinata persona e occorre individuare con certezza eventuali estremi del reato di terrorismo. I decreti sicurezza voluti dalla destra hanno intaccato lo stato di diritto e si sono dimostrati inutili. In realtà, lo iato appare sussistere nel collegamento non semplice per far fronte a un fenomeno estremamente fluido, tra contenimento delle manifestazioni violente e intelligence. Le cosiddette pene più severe sono specchietti per le allodole. Una sicurezza “democratica” va costruita sulla conoscenza dei fenomeni, intelligence, presenza sul territorio, coordinamento efficace tra amministrazioni. Normalmente il dispositivo dei reparti schierati in piazza contiene gli scontri. Ma come accaduto nei giorni scorsi a Bologna, lacune nell’attività monitoraggio costante delle reti più radicalizzate e di intelligence preventiva non consentono di separare protesta legittima e azione criminale. In carenza di informazioni precise, il dispositivo in piazza si trova a fronteggiare un problema già in atto.

Strategia

Le informazioni non necessitano per forza di nuove misure speciali, arrivano tranquillamente da fonti aperte (che bisogna però saper leggere) e da attività investigative autorizzate dalla magistratura su comunicazioni e dati finanziari, dalla raccolta di prove video per identificazioni successive, oltre che dallo scambio tra servizi di sicurezza nazionali e internazionali. La sicurezza richiede una strategia complessiva, ma oggi sembra più facile farsi acchiappare dalla politica degli slogan, dalla “tolleranza zero” al “buttare la chiave” o al “giustiziere della notte”, che vorrebbe poter sparacchiare a volontà. Trump docet…

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