
“O assicurate i voti in Parlamento o così non si va avanti”. Aria di burrasca nel governo.
Mario Draghi non ha nessuna intenzione di passare l’anno che ci separa dalle elezioni rincorrendo i partiti della sua maggioranza in fuga per le più disparate direzioni per piantare le loro bandierine, tutti con l’occhio all’appuntamento del 2023. E lo ha fatto capire chiaramente oggi ai capi delegazione di Pd, M5s, Iv, Lega e Leu convocati d’urgenza a palazzo Chigi per un chiarimento politico dopo il ‘fattaccio’ della notte scorsa quando per ben quattro volte il governo è andato sotto in Commissione sul decreto Milleproroghe, in particolare sul tetto dell’uso del contante, tornato a 2.000 euro (dai mille appena stabiliti) per un voto che ha rimesso insieme, dalla stessa parte della barricata, la Lega partito della maggioranza e Fratelli d’Italia, unica forza politica all’opposizione.
Forte e malcelata l’irritazione del premier appena rientrato da Bruxelles per un vertice sulla crisi Ucraina e in pieni preparativi per una puntata a Mosca dal presidente Putin nel dichiarato intento di far incontrare e dialogare lo ‘zar’ del Cremino e il presidente ucraino Zalenskij. Prima di sfogarsi con la sua ‘cabina di regia’ Draghi si è recato al Quirinale, forse per informare Mattarella di quello che sarebbe andato a dire ai riottosi, chi per un verso chi per un altro, compagni di navigazione.
Una sorta di aut aut fondato da una parte sulla fortissima tensione internazionale tra Mosca e l’Occidente per la crisi ucraina, come mai dalla fine della guerra fredda e dall’altra sulla necessità per l’Italia di proseguire senza ritardi sul cammino delle riforme necessarie a sbloccare i fondi del Recovery plan, mentre la crisi energetica azzoppa la ripresa e il Covid non è ancora definitivamente sconfitto (e lo spread continua a crescere superando i 160 punti). Ecco, in una situazione del genere i giochetti in Parlamento e le bandierine da piantare qua e là, oggi sul contante e domani forse sulla riforma fiscale o sulle spiagge, come già annunciato da Salvini. Alla reprimenda del premier che non ha fatto sconti alla ‘sua’ maggioranza hanno tentato di rispondere i chiamati in causa sostenendo che le quattro bocciature del governo registrate ieri in Parlamento vanno interpretate come episodi di “dialettica parlamentare”, non certo come sgambetti per reconditi scopi. Ma a Draghi le giustificazioni non sono bastate ed ha preteso per il futuro comportamenti virtuosi da parte di tutti i partiti che sostengono il governo: tutti devono sentirsi impegnati ad assicurare in Parlamento i voti necessari all’approvazione dei provvedimenti dell’esecutivo, per la maggior parte peraltro discussi ed approvati con il consenso di tutti in precedenza. In caso contrario – questo il sottofondo del j’accuse draghiano – il cammino del governo non va dato per scontato. No, su un anno difficile fatto di sgambetti, ripicche e vendette tra i partiti che in teoria dovrebbero sostenerlo – per scaldare i muscoli elettorali si comincerà con le amministrative di primavera e poi i referendum… – Draghi non assicura niente. Tutto dipende dai fatti, cioè dalle risposte che daranno Salvini, Conte e Letta al suo aut aut.
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