Decenni di repressione sanguinaria da parte del regime degli ayatollah hanno spezzato tutte le realtà di opposizione politica in Iran, il che rende difficile fare ipotesi su una transizione a Teheran. Al momento non sembra impossibile una soluzione di tipo venezuelano. con l’accesso ai vertici del vecchio sistema komeinista di elementi ‘più ragionevoli’. Il giorno dopo aver lanciato gli attacchi contro l’Iran e aver eliminato il sanguinario ayatollah Ali Khamenei, il presidente Trump ha detto al periodico “The Atlantic” che da Teheran vogliono parlare con lui e che lui ha intenzione di farlo.
Grande colpo
“Vogliono parlare. Ho accettato, quindi parlerò con loro. Avrebbero dovuto farlo prima – ha detto il presidente USA -. Avrebbero dovuto darmi prima ciò che era molto pratico e facile da fare. Hanno aspettato troppo a lungo”. Trump rimarca: “La maggior parte delle persone” con le quali Washington aveva avviato trattative nelle ultime settimane per porre fine al programma nucleare iraniano “se n’è andata, non ci sono più… Quello che abbiamo dato è stato un grande, un grande colpo. Avrebbero potuto raggiungere un accordo, avrebbero dovuto farlo prima, ma hanno giocato troppo astutamente”. Secondo i media statali iraniani, il presidente Pezeshkian fa parte del triumvirato ad interim (con anche il capo della magistratura Mohseni Ejehei e l’ayatollah Ali Reza Arafi), costituito mentre i vertici del clero sciita selezionano la prossima Guida suprema.
Componenti
L’opposizione iraniana vede al momento tre componenti principali. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), il “parlamento in esilio” legato al partito anti-teocratico dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK), con una sorta di governo in esilio, alla cui presidenza è stata eletta Maryam Rajavi, moglie del leader mujahidin Massoud Rajavi, scomparso in Iraq nel 2003. Storicamente hanno condotto azioni di guerriglia e attentati, specialmente negli anni ’80, e hanno sostenuto Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq. Da tempo si sono concentrati sull’opposizione politica e sulla lobbying internazionale. Rajavi ha delineato una tabella di marcia che prevede un governo provvisorio e libere elezioni di un’assemblea costituente per la stesura di una nuova Costituzione. Una seconda forza è il movimento monarchico che fa riferimento a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, e punta al ripristino di una monarchia costituzionale. Nelle ultime proteste partite dal bazar di Teheran e represse nel sangue dai pasdaran si sono sentiti cori a sostegno di Reza Pahlavi.
Minoranze etniche
Un terzo fronte, che comprende anche forme di lotta armata, è quello delle minoranze etniche non persiane nelle aree del Kurdistan e dell’Azerbaijan iraniani, del Belucistan, del Sistan e del Khuzestan arabo. I movimenti curdi iraniani – PJAK, KDPI, PAK e il Komala Party – hanno guidato nel 2022 il forte movimento di protesta “Donna, vita, libertà”, dopo la tragica fine della giovane curda Mahsa Amini, arrestata dalla polizia religiosa per la mancata osservanza della legge sull’obbligo del velo e brutalmente massacrata. Le minoranze etniche rappresentano complessivamente circa il 40% della popolazione, ma non sembrano avere la forza politica di guidare un cambio di regime. Ci sono poi autorevoli figure civili di donne coraggiose, attiviste della grande battaglia per i diritti a partire dalla premio Nobel per la pace 2023, Narges Mohammadi, giornalista detenuta nel carcere di Evin a Teheran, vero simbolo della lotta contro la pena di morte, la tortura e l’obbligo del velo. L’avvocata Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003, vive in esilio a Londra e un’altra giornalista, Masih Alinejad, si trova negli USA.
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