Guerra Iran: l’imprevedibilità è l’arma segreta di Trump. Alleati destabilizzati, gli ayatollah però restano saldi nell’oltranzismo

Un tempo c’erano le V2, ora l’imprevedibilità sembra essere l’arma segreta di Donald Trump. L’approccio altalenante, i repentini cambi di rotta, le dichiarazioni impulsive stanno caratterizzando la strategia del tycoon, in uno stile mai sperimentato prima d’ora dai presidenti americani. Determinando confusione e preoccupazione tra gli alleati, mentre il ‘dai e vai’ non fa un baffo all’oltranzismo degli ayatollah. Anche l’ultimo discorso televisivo alla nazione è servito a tenere tutti sulla corda.

TACO

Il tycoon è alla ricerca di una via d’uscita dalla guerra e vuole conservarsi tutti i margini, sia sui tempi sia su cosa considerare come una vittoria. In ogni caso, tutto potrebbe cambiare in qualsiasi momento. Con la guerra in Iran siamo di fronte a una implementazione di quell’acronimo diffusosi sui social media all’epoca dei dazi: TACO (Trump Always Chickens Out), ovvero “Trump si tira sempre indietro”. Il discorso alla nazione è apparso un copia e incolla degli ultimi post sul social di casa Truth. La volatilità e le contraddizioni del presidente servono a mantenere il pubblico nazionale e internazionale in uno stato costante di stress. Trump parla di trattative di pace e poi incalza: “Continueremo a bombardare l’Iran fino a ridurlo in polvere o, come si dice, a riportarlo all’età della pietra!”. Senza un fare un plissé, passa dalla richiesta a Teheran di riaprire Hormuz a dire con tono ultimativo agli alleati di arrangiarsi: “Andate nello Stretto e prendetevelo, proteggetelo, usatelo per voi stessi”, per concludere con sarcasmo: “La parte difficile è fatta, quindi dovrebbe essere facile”.

Eternità

Quando una singola voce può ripetutamente turbare le aspettative di milioni di persone, l’imprevedibilità diventa un problema collettivo globale e il tycoon ci sguazza. “Nell’era Trump – dice di se stesso – un giorno è un’eternità”. All’inizio della guerra, Trump aveva ipotizzato che potesse durare “dalle quattro alle cinque settimane” e ha regolarmente affermato che l’operazione Epic Fury era in anticipo sui tempi previsti, ma ora annuncia che i bombardamenti potrebbero proseguire per altre due o tre settimane. Il presidente potrebbe ricorrere a un “attacco finale” contro le infrastrutture e gli impianti nucleari iraniani, prima di annunciare il ritiro. Ma tra le alternative ci sarebbe anche l’adozione della strategia di “taglio dell’erba”, ovvero l’esecuzione di attacchi periodici quando necessario.

Retorica

Il presidente è abile nel modificare la sua retorica e la adatta al momento. Il ministro alla Guerra, Pete Hegseth, conferma: “L’obiettivo è essere imprevedibili”. Secondo gli spifferi che arrivano dalla Casa Bianca alle testate USA, alcuni collaboratori temono la mancanza di un piano: il presidente “improvvisa in larga misura. Nessuno sa davvero cosa gli passi per la testa. Tentare di prevederlo potrebbe essere un errore fatale”. Ma per i fedelissimi alla Hegseth proprio questo è il piano: “Non rivelare a nessuno cosa siamo disposti a fare o a non fare”.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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