(Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Il governo dei due presidenti, perché il governo Draghi nasce dalla stretta collaborazione tra il premier ed il Presidente della Repubblica. E’ un esecutivo misto politico-tecnico più che politico che tecnico, anche se è vero che i tecnici occupano quasi tutti i posti chiave, Tesoro, Interni e Giustizia, con i soli Esteri lasciati al cinquestelle Di Maio, anche per dare una mano al superamento della crisi che il movimento sta attraversando nel momento più delicato della sua giovane storia. E poi con Draghi premier il ministro degli Esteri resterà soprattutto un ruolo di rappresentanza, visti gli stretti legami internazionali dell’ex presidente della Bce. In tutto 23 ministri di cui 15 politici e 8 tecnici. Otto le donne e nessuna del Pd.

Tre tecniche e pure in ruoli di primo piano, Luciana Lamorgese, confermata agli Interni e Marta Cartabia alla Giustizia, con in arrivò la riforma del processo civile. Poi un’altra tecnica, Cristina Messa all’Università, una cinquestelle, due di FI una di Renzi. La maggioranza è molto ampia nella speranza di un almeno momentanea grande pacificazione all’insegna dell’emergenza con in primo piano pandemia, vaccini e Recovery Fund. Non nasce insomma un governo super tecnico ed infatti Draghi non è un tecnocrate come Monti e non è neppure come Ciampi provenienti anche lui dal socialismo liberale, ma facente parte di quell’ala più radicale che era il partito d’azione.

Draghi si potrebbe inquadrare più nella socialdemocrazia anch’essa facente parte della grande famiglia del socialismo liberale. Il governo come ha voluto Mattarella nasce senza il Manuele Cencelli ma pur sempre con un’accorta divisione tra i partiti con un sano bagno di realismo politico e di rispetto del ruolo del Parlamento ultimamente un po’ troppo trascurato tra leggi delega e decreti. Quattro ministeri ai cinquestelle, nel rispetto del loro ruolo parlamentare dopo le ultimo elezioni che lo hanno visto primo partito, tre al Pd anche se con il ministero di Franceschini spacchettato, gli è rimasta la Cultura ma il Turismo è passato alla Lega, tre, anche se senza portafoglio a FI, tre alla Lega, uno a Leu con l’importante conferma di Speranza ed uno solo a Italia Viva, che più di tutti aveva investito sulla nascita del nuovo governo.

E con i sottosegretari crescerà la presenza politica nei vari ministeri. Una sorta di unità nazionale più che di salvezza nazionale, come girebbe voluto Conte, nel pieno rispetto dei ruoli e del peso dei partiti, senza tuttavia il coinvolgimento diretto dei maggiori leader. Ora starà a Draghi, con l’aiuto di Mattarella fare funzionare questa nuova macchina sperimentale evitando il gioco antico dei veti e controventi.