Pesca
(foto account facebook Fisheries innovation Scotland)

Prime critiche a Johnson post Brexit. La pesca britannica è sull’orlo della crisi. Ma presto la “hard” Brexit potrebbe mettere in ginocchio anche la piazza finanziaria di Londra

Prime critiche al governo di Boris Johnson dopo la Brexit. La situazione non è così dorata come la dipinge il primo ministro britannico, che evita il confronto con le realtà interne che stanno difendendo i propri primati commerciali nel post Brexit. Il dibattito verte soprattutto sull’esportazione del pesce. Il costo dell’invio del pesce in Europa è più che triplicato nelle ultime tre settimane e anche le aziende che sono sul mercato da molti anni stanno pensando di chiudere battenti. I più agguerriti sono i pescatori scozzesi che richiedono un immediato intervento del governo centrale. L’export di pesce opera con margini di profitto ridotti, questo potrebbe distruggere la pesca britannica.

Barriere commerciali

Sono passate sette settimane da quando il Regno Unito ha completato la sua uscita dall’Unione Europea e l’accordo commerciale post Brexit di Boris Johnson è entrato in vigore. In questo periodo, gli esportatori britannici hanno lottato con nuove barriere commerciali. In alcuni casi gli ordini sono stati rallentati dalle scartoffie. In altri, il prodotto fresco non è arrivato a destinazione in tempo, costringendo i mercati destinatari a farne a meno. Tutto ciò è un risultato diretto della decisione politica del Regno Unito di lasciare il mercato unico e l’intesa doganale con L’UE. Per le aziende britanniche che hanno costruito la propria attività su un accesso illimitato al mercato europeo, queste barriere – poste praticamente dall’oggi al domani e con pochi avvertimenti – hanno avuto pesanti conseguenze. In teoria i manager e gli imprenditori delle attività ittiche hanno avuto anni per prepararsi alla Brexit, ma l’accordo commerciale tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea è stato concordato solo il 24 dicembre ed è entrato in vigore il 1° gennaio 2021. Adesso i britannici si aspettano che il governo faccia di tutto per aiutare le sue imprese in difficoltà. Invece, secondo gli analisti britannici sembra che l’amministrazione Johnson stia mettendo la testa sotto la sabbia pur di non dover affrontare anche questi problemi dopo le difficoltà affrontate per combattere il coronavirus.

City

Secondo fonti della BBC il premier avrebbe definito le problematiche legate all’esportazione del pesce come difficoltà iniziali che saranno risolte presto. La direzione della Camera di commercio britannica sta lamentando che senza un piano da attuare velocemente molte aziende saranno costrette a chiudere, perché il loro modello di business non è in grado di reggere al cambiamento delle regole di mercato. Sfortunatamente per gli esportatori, né il governo britannico né l’UE sembrano intenzionati a riaprire l’accordo, dopo anni di difficili negoziati. “Politicamente, il governo ha deciso di dare la priorità all’autonomia normativa rispetto all’integrazione economica con l’UE”, afferma Sam Lowe, ricercatore esperto di politica commerciale europea presso il ‘Center for European Reform’ di Londra. Per il momento, questi cambiamenti hanno interessato in negativo soprattutto le aziende che cercano di esportare merci. Tuttavia, c’è anche grande preoccupazione per l’impatto a lungo termine che l’hard Brexit di Johnson avrà sull’industria dei servizi del Regno Unito, una volta che sarà finita la pandemia. Così come preoccupa la situazione di Londra, il centro finanziario di livello mondiale, invidia di tutto il Vecchio Continente. Dal 1° gennaio miliardi di euro di compravendite di azioni sono passati dalla City ad Amsterdam. L’impatto non è immediato, ma se continuerà questa tendenza la Gran Bretagna smetterà di essere la capitale finanziaria d’Europa, con un esito molto negativo sui futuri investimenti interni.

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