Le possibili violazioni dei diritti umani nella regione autonoma uigura dello Xinjiang, situata nel nord-ovest della Repubblica Popolare Cinese, hanno indotto alcune multinazionali a lasciare la controversa realtà produttiva. Pechino viene accusata di numerose violazioni nella regione, dove vivono numerose minoranze etniche, della quali la principale è quella degli Uiguri, turcofoni di religione islamica. Negli ultimi decenni, influenzato dall’Islam radicale, si è sviluppato un movimento separatista caratterizzato anche da attentati terroristici, che hanno prodotto iniziative repressive da parte del governo cinese, compresi campi di rieducazione e lavori forzati.
Cotone
Lo Xinjiang è attualmente il maggiore produttore di gas naturale in Cina e produce l’84% del cotone cinese, che rappresenta complessivamente il 26% delle esportazioni globali della fibra tessile. In Occidente i consumatori sono sempre più consapevoli delle problematiche legate ai diritti umani, come il lavoro forzato. Le organizzazioni per i diritti umani hanno accusato la Cina di detenere oltre un milione di persone nei “campi di rieducazione” e di sfruttare il loro lavoro. Accuse e campagne di boicottaggio hanno investito aziende francesi e statunitensi, accusate di essere complici di crimini contro l’umanità, in ragione del ricorso a subappaltatori nello Xinjiang. Nel 2022 sono entrate in vigore severe normative statunitensi sull’importazione di merci dallo Xinjiang.
Contromossa
Molti marchi globali hanno rimosso dai loro scaffali i prodotti che utilizzavano cotone dello Xinjiang. Immediata la contromossa cinese, con ostacoli alle vendite anche nei principali e-commerce del Dragone di marchi come H&M, Nike, Burberry, Esprit e Adidas. Ora il colosso automobilistico tedesco Volkswagen ha annunciato che venderà la sua fabbrica e la pista di collaudo nello Xinjiang, ufficialmente per “ragioni economiche”. L’azienda manterrà comunque la sua partnership generale con la società cinese SAIC, almeno fino al 2040. La decisione della casa di Wolfsburg si inserisce anche nella crisi internazionale dell’automotive. In vista c’è poi una potenziale guerra commerciale tra Pechino e Bruxelles, dopo che l’UE ha imposto importanti dazi sui veicoli elettrici importati dalla Cina. Parallelamente, l’azienda giapponese di abbigliamento casual Uniqlo ha reso noto di non utilizzare cotone made in Xinjiang. La conferma, rivela la BBC, viene direttamente dal management di Tokyo.
Manifatturiero
Uniqlo continuerà in ogni caso a sviluppare la sua rete commerciale in Cina, che resta il più grande polo manifatturiero dell’azienda, che ha centri produttivi anche in Vietnam, Cambogia, Bangladesh, Indonesia e India. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sono annunciati dazi molto più elevati sui prodotti realizzati in Cina e sia Washington sia Pechino esercitano pressioni sulle aziende, che difficilmente potranno rimanere politicamente neutrali.
Ti piace questo articolo? Imposta in20righe come fonte preferita su Google.
Imposta in20righe come fonte preferita







