Secondo le regole sovranazionali che si sono dati, i Paesi dell’Unione europea annaspano nell’affrontare la questione dell’immigrazione irregolare di massa. I piani messi in atto dall’Italia alla Spagna, dall’Austria all’Ungheria si sono rivelati fallimentari. Ora anche il giro di vite sbandierato dal leader conservatore tedesco, Friedrich Merz, nella campagna elettorale per il voto politico del prossimo 23 febbraio in Germania, sembra destinato ad andare a sbattere. C’è, innanzitutto, il Regolamento Dublino III e poi ci sono le pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) di Lussemburgo.
Regolamento
Il principio generale alla base del Regolamento, fin dalla sua prima versione, è che le domande di asilo devono essere esaminate da un solo Stato membro e la competenza ricadrebbe sostanzialmente sul Paese di primo ingresso. Questo ha indotto vari leader da Macron a Sholz a cercare la scorciatoia di rimandare i rifugiati nel Paese UE di primo approdo, lasciando i grattacapi a Italia, Spagna, Grecia e ad alcuni Paesi balcanici. Il confronto elettorale in Germania – dove a soffiare sul fuoco ci pensa da oltreoceano Elon Musk, sostenendo le posizioni razziste dei neonazisti di AfD – è stato riacceso dall’aggressione con il coltello davanti a un asilo nella città di bavarese di Aschaffenburg. Un cittadino afghano destinato all’espulsione ha colpito a morte un piccolo di due anni e un adulto, che aveva tentato di difendere i bambini. La Germania ha riconfermato i controlli di frontiera, già introdotti in estate in seguito a un altro attentato, consentiti però nell’area di libera circolazione Schengen solo “in caso di grave minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza interna”.
Hotspot
Si tratta in qualche modo di una sorta di ultima spiaggia e consentita solo per periodi limitati. Anche l’idea di Merz di vietare l’ingresso nel Paese a tutte le persone che non abbiano documenti validi, non risponde ai criteri europei. Prima di tutto va consentito di entrare, per poter poi procedere all’esame dei singoli casi. Normativa che l’Italia, con assai scarsa fortuna, ha cercato di aggirare con la creazione degli hotspot per l’identificazione e il trattenimento dei richiedenti asilo in Albania. Insomma, cercare di aggirare gli standard di tutela dei diritti dell’uomo può trasformarsi in una violazione delle norme in vigore nella UE. Nulla a che fare con la scure degli ordini esecutivi del presidente Trump negli Stati Uniti. Dichiarare una situazione di “emergenza nazionale” e quindi essere autorizzati a chiudere i confini non è facile in Europa. L’articolo 72 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), prevede certamente la responsabilità degli Stati membri per il mantenimento dell’ordine pubblico e la salvaguardia della sicurezza interna, ma questo deve essere inteso sulla base del diritto dell’UE, interpretato secondo quanto scaturito dalla Corte di giustizia europea, che finora ha sempre confermato le regole di frontiera aperta. Se dopo le elezioni la Germania volesse tenere duro, si potrebbe aprire una reazione a catena, che spingerebbe inevitabilmente altri Paesi a fare lo stesso. A quel punto ai Ventisette non resterebbe che sedersi urgentemente attorno a un tavolo e procedere a riorganizzare radicalmente il diritto europeo in materia di asilo.
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