La provocazione della Meloni contro un totem della sinistra accende il dibattito sul Manifesto di Ventotene

”Non so se quello del Manifesto di Ventotene è la vostra europa, ma certamente non è la mia”, Giorgia Meloni sceglie consapevolmente quell’affondo contro un totem della sinistra. Forse anche per spostare i riflettori dal ReArm e dalla difesa Ue, temi divisivi anche nella maggioranza.

Ne cita alcuni passaggi. “La rivoluzione europea dovrà essere socialista”. “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso”. “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono essere amministrate ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente”. “La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria”. E infine “Attraverso la dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo Stato e attorno a esso la nuova democrazia”.

Ed oggi la premier torna sull’argomento compiaciuta e con un pizzico di malizia “Volevo già dirlo al Senato, ho fatto impazzire l’opposizione”.

Ma cos’è il famoso Manifesto di Ventotene, un sorta di Bibbia della sinistra peraltro mai realizzata. Era il 1941, il regime fascista era ancora saldo, l’Italia era entrata in guerra da meno di un anno. Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Guido Colorni sono confinati nell’isola di Ventotene. Colorni e’ socialista ed ebreo, Spinelli e’ un comunista che ha rotto con il partito perché critico verso l’Unione sovietica, Rossi e’ un economista liberale. I tre decidono di scrivere un testo in cui cui elaborano una nuova ideologia, la necessità di mettersi alle spalle per sempre i conflitti in Europa attraverso un’unione che cancelli i confini nazionali.

Il Manifesto è innanzi tutto un testo antifascista ed è la proposizione di un internazionalismo diverso e di un’altra rivoluzione. Contro la nazione esso immagina un modo inedito per superare lo Stato. Contro il capitalismo concepisce l’europeismo come ideologia di sostituzione. Propone un approccio giacobino, che ai tempi, divise gli stessi autori tra quelli di area liberale e laica e quelli di formazione socialista ed azionista.

Negli anni cinquanta pur salvando alcuni dei contenuti meno radicali del Manifesto prevalse ai primi albori dell’Europa la visione più liberale di De Gasperi, Adenauer e Schuman. Alla fine sempre degli anni cinquanta si affacciò un’altra Europa, quella delle nazioni, contraria alla sovranazionalita’ e diffidente nei confronti degli Stati Uniti. Fu il momento di De Gaulle che per un certo periodo conquistò l’egemonia.

Per arrivare ad oggi, l’Europa dei 27 non è quella di Spinelli, ne’ di De Gasperi, ne’ di De Gaulle, e’ il risultato di una lunga costruzione molto complessa, con regole condivise come l’euro ma ancora ancorata ai diversi Stati che ne fanno parte.

Per parlare di un esercito comune, nonostante le urgenze del momento, la strada è lunga, più possibile accordi per una difesa comune. Lingue diverse, culture diverse, politiche diverse sono ancora dei fossati difficili da superare nel breve periodo.

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Franco Riccio Tabassi
Franco Riccio Tabassi
Giornalista parlamentare classe 1948. Già funzionario della Tirrenia, entra all’AGI nel 1971, responsabile prima del Senato e poi della redazione Politica-parlamentare come capo redattore. Ha lavorato, per un breve periodo a radio Montecarlo, nel Principato, alle news politiche ed ha a lungo collaborato con Mediaset. E’ stato anche consigliere per l’informazione dei ministri socialisti Fabio Fabbri e Salvo Andò. Laureato in giurisprudenza con 110, ha sempre praticato sport. E’ stato pugnile dilettante. Passione auto, la Porsche e la barca,Tornado 38. Insieme a Gianfranco Eminente (direttore) ha fondato nel 2013 l’agenzia in 20righe, della quale è il condirettore.

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