La Meloni e’ salda ed il governo, almeno al momento, non corre rischi nonostante alcuni arrivino a parlare di toto ministri.
La coalizione di maggioranza nonostante le tensioni dovute soprattutto a problemi di visibilità sa di non avere reali alternative ne’ ora ne’ in futuro pena consegnarsi tutti insieme agli avversari della sinistra, che da parte loro sono ancora più divisi per gli stessi problemi.
Da tempo ormai è la politica estera e l’ascesa di Trump ad avere spostato di fatto l’attenzioni di tutti ed anche della politica interna sugli scenari internazionali, diventati motivo di continui scontri.
Se Salvini getta acqua sul fuoco “rapporti splendidi” dopo avere provocato con la sua voglia di conquistarsi il primato (peraltro impensabile visti i buoni rapporti della Meloni con Washington) nelle relazioni con gli Stati Uniti, Tajani parla di “un partito di quararaqua’” che “dice senza studiare e riflettere. Sono i partiti populisti che un giorno dicono una cosa e un giorno un’altra. Noi preferiamo lavorare e non strillare perché chi strilla comanda e conta poco”. Poi lo stesso Tajani smorza,”nessun riferimento specifico alla Lega”.
Mentre Lega e Fi continuano a battibeccare gli esponenti di Fratelli dItalia, più di non poco infastidì da polemiche che ritengono pretestuose, scelgono il silenzio per evitare danni maggiori.
E gli italiani appaiono non altrettanto interessati alle beghe interne dei vari schieramenti tanto che nei sondaggi le altalenanti variazioni divergono al massimo dello 0 virgola qualcosa. Le cose che interessano sono altre, sono quelle concrete, sulle quali il governo sembra dare risposte abbastanza soddisfacenti vista la complessa situazione economica ed internazionale.
Solo che ridurre la politica estera ad argomento di polemica, per di più in un momento così grave dalla guerra in Ucraina e ai dazi, non giova a nessuno. E questo riguarda tutti, maggioranza ed opposizione, che su alcuni temi potrebbero cercare un dialogo. I conflitti interni finiscono per limitare il ruolo che l’Italia potrebbe avere nella Ue a livello internazionale.
Una volta non era così, quando il mondo era diviso con da una parte la Nato e dall’altro il patto di Varsavia. I famosi anni della guerra fredda dopo la fine della guerra ed il patto di Yalta che spartiva il mondo.
Ogni governo, nonostante siano stati molto numerosi, partiva da una solida e comune condivisione, quella della politica estera e della fedeltà dell’Italia al patto Atlantico. E’ anche la ragione per la quale il Pci è rimasto fuori dalla stanza dei bottoni per quarant’anni.
Per avvicinarsi ad un accordo per il governo Berlinguer nel 1973 sulla rivista Rinascita lancio’ il “compromesso storico”. Lo stesso segretario del Pci, sapendo quale era l’ostacolo maggiore, in un’intervista storica a Giampaolo Pansa sul Corriere, tolse il veto sulla Nato “Mi sento più sicuro di stando di qua”. Anche se non intendeva abdicare ad una via socialista indipendente dal capitalismo, una sorta di terza via senza rompere i legami con Mosca.
Basto’ ad avviare una nuova stagione, si arrivò ad un approdo minimo con l’appoggio esterno assicurato dal Pci al governo monocolore Dc di solidarietà nazionale, guidato da Andretti nel 1976. Progetto che fallì’ con le dimissioni dello stesso governo nel 78, che avrebbe dovuto consentire una partecipazione più organica del Pci nell’esecutivo, pur senza avere ministri. Ma furono anche i giorni del rapimento e dell’ assassinio di Aldo Moro, che segnò la fine di quella fase politica.
Ripreso i governi di centrosinistra, il cui perno rimaneva sempre la Dc, e sempre con una solida e condivisa politica estera.
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