Strategia Trump: il mondo torna alle sfere d’influenza. Il tycoon primus inter pares tra Putin e Xi, Meloni ritaglia un posticino al sole per l’Italia

Nell’era Trump si torna di fatto alle sfere d’influenza della seconda metà del XX secolo. Il presidente USA con la sua nuova “Strategia per la sicurezza nazionale” appare disposto a condividere il dominio del globo con la Russia sul fronte europeo e con la Cina soprattutto sul piano economico. La rilettura della dottrina Monroe con il corollario Trump, che assume l’Emisfero Occidentale come priorità di Washington per la sua sicurezza, determina una conversione a u rispetto alla visione americana dell’ordine mondiale nel XXI secolo, dopo la fine dell’impero sovietico.

Potenza

L’intesa con gli altri autocrati vede Trump, per attivismo e per la potenza dell’apparato economico/militare USA, come un primus inter pares. Prova ne è stata data nell’attacco all’Iran e ora nelle minacce al Venezuela, sulla carta paesi alleati di Mosca e Pechino, ma che hanno visto Putin e Xi fare orecchie da mercante. Vladimir fa la voce grossa e mostra i muscoli, ma il suo è un paese arretrato ricco solo di fonti energetiche, mentre Xi Jinping è certamente più prudente, ma molto determinato nel far valere la vigoria economica e ora anche tecnologica del Dragone. Il resto del mondo, a partire dall’Unione Europea parimenti detestata da Trump e da Putin, è destinato a un ruolo da partner non da protagonista.

Sovranisti

I tre hanno poi messo tranquillamente in soffitta i diritti civili e Trump difende unicamente la sua particolare versione della libertà di parola, per condizionare cultura e mondo dei media secondo modelli sovranisti e conservatori. A suo sostegno giocano i Paperoni mondiali della cibernetica e dei satelliti. Mosca intende riconquistare nella sua sfera d’influenza il peso dei tempi dell’URSS. Dalla Bielorussia alla Georgia con il vassallaggio economico e i sistemi ibridi e in Ucraina, abbandonata da Trump, con le armi. Kiev è destinata a diventare uno Stato cuscinetto e nei paesi che un tempo si trovavano dietro la ex cortina di ferro, abbiamo oggi leader che ricalcano il ruolo di subordinati della normalizzazione come i loro predecessori. Viktor Orbán appare come un doppione di János Kádár e Robert Fico una copia di Gustáv Husák. Negli altri paesi di una UE destrutturata, potranno salire al comando partiti sinistri come AfD in Germania o il Rassemblement national di Marine Le Pen in Francia. I valori di riffa o di raffa sono quelli stessi del trumpismo MAGA.

Militarizzazione

E in Italia? Giorgia Meloni ha ritagliato un posticino al sole per l’Italia, scegliendo Trump. Alle sue azioni fa ancora da velo un europeismo di maniera, ma nei fatti si va sulla strada indicata dal tycoon con il premierato e la lotta decisa all’immigrazione. Forti le opzioni in campo militare: “La pace non si costruisce con le buone intenzioni, ma con la deterrenza”, ha asseverato la premier da Mentana su La7. E ancora: “La difesa ha un costo economico e produce una libertà politica”. Un progetto che vuole mettere in atto il ministro della Difesa, il fratello d’Italia Guido Crosetto, che spinge sull’acceleratore dell’aumento delle spese militari italiane e non esclude, come chiede a gran voce il suo collega ‘pacifista’ Salvini, forme più o meno manifeste di ritorno alla leva, nella chiave di una più vasta cultura della militarizzazione. La sinistra? Per ora appare imbambolata.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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