Iran: guerra o negoziati? I messaggi contraddittori di Trump, tra teste del regime che continuano a cadere e missili a lunga gittata di Teheran

Dopo tre settimane di guerra in Iran, i messaggi contraddittori del presidente Trump si infittiscono. Da ultima la minaccia contenuta in un post sul social Truth: “Se l’Iran non aprirà completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, colpiremo le loro varie centrali elettriche”. Al netto di possibili escalation, pare che l’Operazione Epic Fury possa durare ancora quattro-sei settimane, ma l’amministrazione di Washington avrebbe avviato anche le prime riflessioni sulla fase successiva e su come potrebbero svolgersi i colloqui di pace con Teheran.

Cessate il fuoco

Alla strategia dei colpi per decapitare il regime, gli ayatollah hanno risposto con il blocco di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo, con un impatto diretto sui mercati globali, e da ultimo con missili verso la base USA di Diego Garcia nel mezzo dell’oceano Indiano, a 4 mila chilometri dal territorio iraniano. Il presidente USA afferma: “Abbiamo vinto, li abbiamo eliminati”, ma per il regime iraniano la semplice sopravvivenza a un conflitto armato con gli Stati Uniti costituisce una vittoria. Trump afferma di non essere alla ricerca di un cessate il fuoco con l’Iran, mentre indiscrezioni di stampa non escludono esistano contatti attraverso canali informali. Dal punto di vista di Teheran mancherebbero però al momento le basi per un qualsiasi livello di fiducia e Trump rivendica che gli attacchi abbiano di fatto annientato la leadership iraniana.

Leader

Ma allora con chi negoziare? Quel che rimane della leadership iraniana ha imparato dall’esperienza che gli attacchi, il primo con la guerra dei 12 giorni a giugno 2025, possono verificarsi anche durante i negoziati. “I loro leader – sostiene dal canto suo Trump – se ne sono andati tutti. Anche i leader successivi se ne sono andati tutti. E quelli successivi ancora se ne sono andati quasi tutti. Ora nessuno vuole più essere un leader laggiù”. E poi con un sarcasmo noir aggiunge: “Vorremmo parlare con loro, ma non c’è nessuno con cui parlare. Non abbiamo nessuno con cui parlare, e sapete una cosa? Ci piace così”. Comunque, il tycoon ha detto anche di star valutando la possibilità di “ridurre gradualmente” le operazioni militari e il sito Axios non esclude che gli ineffabili Steve Witkoff e Jared Kushner siano coinvolti in nuova una possibile iniziativa diplomatica. Per Washington qualsiasi accordo per porre fine alla guerra dovrebbe includere la riapertura di Hormuz, affrontare la questione dell’uranio arricchito e stabilire un accordo a lungo termine sul programma nucleare iraniano, sui missili balistici e sullo stop al sostegno ai gruppi alleati nella regione, da Hezbollah agli Houthi.

Mediatore

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in una conversazione con il collega indiano Jaishankar, ha detto che per porre fine al conflitto Teheran esige garanzie affinché non si ripetano in futuro violazioni della sovranità e della sicurezza nazionale dell’Iran. In questo bailamme si affacciano due domande chiave: chi in Iran è il miglior punto di contatto per i negoziati e quale paese sarebbe il miglior mediatore? Gli USA stanno cercando di capire chi prenda effettivamente le decisioni a Teheran e come mettersi in contatto. Quanto alla mediazione potrebbe sbiadire il ruolo dell’Oman e magari emergere quello della Turchia o del Qatar, che secondo Washington ha dimostrato affidabilità ed efficacia nelle trattative per Gaza.

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Alessandro Cavaglià
Alessandro Cavaglià
Giornalista parlamentare, classe 1956. Già vice caporedattore AGI, responsabile pro tempore delle redazioni Politico-parlamentare, Interni-Cronaca e della Rete speciale per Medio Oriente e Africa. Ha lavorato ad AdnKronos e collaborato con La Stampa e Il Mondo. Laureato in Lettere-Storia moderna all'Università La Sapienza di Roma

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