Fallito il ‘piano A’, con l’uscita di scena del primo sovranista europeo e la fine del rapporto privilegiato con Donald Trump e del suo ruolo di ‘pontiera’ tra le due sponde dell’Atlantico, Giorgia Meloni deve in fretta mettere in piedi il ‘piano B’. Negli ultimi giorni la premier è stata costretta a stretto giro a sconfessare la possibilità di una “escalation militare”, che poteva “coinvolgere l’intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili”. E poi gli attacchi scomposti del tycoon al primo pontefice statunitense, Leone XIV, definito: “Un debole, pessimo in politica estera”.
Inaccettabili
Su questa sparata, Meloni deve intervenire due volte, per non apparire reticente. Prima scrive in modo un po’ generico: “Possa il Ministero del Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace, nel solco del percorso tracciato dai suoi Predecessori”. Poi deve rimarcare in una nuova nota: “Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra”. In questo quadro sconcertante, comunque, a scompaginare davvero le carte e a chiedere a Meloni il conto finale, sarà soprattutto la pesante ricaduta sull’Italia della crisi economica innescata dalla guerra scatenata da Trump in Medio Oriente.
Fragilità
Ancora una volta l’Italia ha mostrato tutte le sue fragilità rispetto agli shock esterni, prima commerciali, con l’altra guerra di Trump – quella dei dazi -, e ora per quello dell’energia, con petrolio e gas che volano. La presidente del Consiglio si era conquistata fama per la scaltrezza in politica estera, ma gli eventi hanno mostrato che si trattava forse di combinazioni. Equilibrismi e silenzi non possono bastare, quando il tema centrale diventa l’economia, per di più in assenza in prospettiva del paracadute finora offerto dal PNRR. I conti non mentono e crescita, inflazione, occupazione, credito diventano dei macigni difficili da muovere e da riportare in terreno positivo. Le tensioni geopolitiche alimentano le impennate nei prezzi di energia e materie prime, i mercati diventati ballerini minacciano la nostra arma segreta, l’export, e i prezzi che rialzano la testa fanno temere interventi in chiave restrittiva da parte della BCE, con influenza diretta sugli investimenti e su mutui e risparmi delle famiglie. Meloni nel suo recente intervento in Parlamento ha pensato di giocare la carta della sua cosiddetta evoluzione europeista: “Se la crisi in Medio Oriente dovesse conoscere una nuova recrudescenza, dovremmo porci seriamente il tema di una risposta europea. Riteniamo che non dovrebbe essere un tabù ragionare di una possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo Stato, ma un provvedimento generalizzato”. Al momento a Bruxelles fanno orecchie da mercante e tutto diventa un vero rompicapo a un anno dalle elezioni politiche.
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